Posizionamento estintori: le regole per la conformità

Posizionamento estintori: le regole per la conformità

Il posizionamento estintori è un obbligo fondamentale per il datore di lavoro, radicato nel Dlgs 81/2008, in particolare nell’articolo 46 che impone l’adozione di misure idonee a prevenire gli incendi e a tutelare l’incolumità dei lavoratori.

La normativa impone la redazione di una specifica valutazione del rischio incendio, da cui scaturiscono tutte le misure di protezione, inclusa la dotazione di attrezzature di estinzione. I requisiti generali per i luoghi di lavoro sono inoltre delineati nell’Allegato IV dello stesso decreto, che prescrive la presenza di mezzi di estinzione idonei.

Per decenni, la norma di riferimento è stata il dm 10 marzo 1998. Tuttavia, la recente evoluzione normativa ha portato all’introduzione di tre nuovi decreti ministeriali nel 2021. Le regole tecniche specifiche per l’installazione e la dislocazione dei presidi antincendio sono ora dettagliate, per le attività a basso rischio di incendio, dal DM 3 settembre 2021 (noto come “minicodice”).

Per le attività più complesse, soggette ai controlli dei vigili del fuoco o che scelgono volontariamente di applicarlo, i criteri progettuali sono stabiliti dal DM 3 agosto 2015, il “codice di prevenzione incendi”. Questi decreti superano l’approccio prescrittivo del vecchio DM 98, introducendo un metodo più prestazionale e strettamente legato alla valutazione del rischio.

Criteri di posizionamento estintori e installazione

I criteri di posizionamento estintori sono studiati per garantire la massima efficacia e prontezza d’uso in caso di principio di incendio. Ogni estintore deve essere installato in una posizione facilmente accessibile e chiaramente visibile. La visibilità deve essere garantita da apposita segnaletica di sicurezza conforme alla norma UNI EN ISO 7010, posizionata preferibilmente sopra il presidio in modo da essere chiara anche a distanza o in condizioni di affollamento. L’accessibilità impone che il presidio non sia ostacolato da mobili, merci o attrezzature e che il percorso per raggiungerlo sia sgombro e privo di impedimenti.

Una regola fondamentale, consolidata dalla buona tecnica, riguarda l’altezza di installazione: la maniglia di trasporto deve essere collocata a un’altezza da terra compresa preferibilmente tra 100 e 110 centimetri, per facilitarne la presa e la movimentazione da parte di qualsiasi operatore. Gli estintori non devono mai essere appoggiati direttamente sul pavimento, dove rischiano di essere spostati, danneggiati o di ostacolare il passaggio, ma devono essere fissati a parete tramite appositi supporti o alloggiati in piantane dedicate, protetti da urti accidentali.

La loro dislocazione deve essere strategica: prioritariamente lungo le vie di esodo, in prossimità delle uscite e nelle vicinanze delle aree a rischio specifico (es. quadri elettrici, depositi di materiali infiammabili, aree di saldatura). Il numero e la capacità estinguente sono definiti dalla valutazione del rischio, ma la distribuzione deve garantire una distanza massima da percorrere per raggiungere il presidio più vicino (generalmente non superiore a 30 metri per rischi normali).

Implicazioni della valutazione e gestione

Una scorretta installazione vanifica l’efficacia del presidio antincendio e costituisce una non conformità legale che espone il datore di lavoro a precise responsabilità. Il datore di lavoro, in qualità di primo responsabile della sicurezza, deve assicurare che il posizionamento degli estintori sia una diretta conseguenza della valutazione del rischio incendio, come richiesto dal Dlgs 81/08 e dal DM 3 settembre 2021. Non è sufficiente acquistare un numero generico di estintori, ma è necessario che la loro scelta (per classe di fuoco, in base alla norma uni en 3-7) e la loro dislocazione siano progettate specificamente per quel determinato ambiente di lavoro.

Un estintore posizionato troppo in alto, nascosto dietro una porta o un armadio, o troppo distante dall’area di rischio che dovrebbe proteggere, è inutilizzabile in emergenza. Il corretto posizionamento è inoltre strettamente legato agli altri due pilastri della nuova normativa antincendio. In primo luogo, la manutenzione (regolata dal DM 1 settembre 2021), che ne garantisce l’efficienza nel tempo; un estintore ben posizionato ma scarico o non funzionante è inutile. In secondo luogo, la formazione degli addetti (DM 2 settembre 2021). Gli operatori devono essere formati non solo sull’uso, ma anche sull’esatta ubicazione dei presidi. Un posizionamento errato o non segnalato può ritardare l’intervento, permettendo al fuoco di propagarsi, e aggravare le responsabilità civili e penali del datore di lavoro in caso di infortunio o danni.

Sicurezza risonanza magnetica: il rischio del tubo di quench

Sicurezza risonanza magnetica: il rischio del tubo di quench

La sicurezza risonanza magnetica nelle strutture sanitarie impone una gestione rigorosa di attrezzature di lavoro ad altissima complessità, come previsto dal Titolo III del Dlgs 81/08.

I tomografi a risonanza magnetica (RM) basati su magneti superconduttori utilizzano elio liquido come criogeno per mantenere le bobine a temperature bassissime. Un guasto o un’interruzione controllata (il cosiddetto “quench”) provoca la repentina evaporazione di questo liquido, che si trasforma in gas espandendo il proprio volume in modo esponenziale.

Questo evento genera un rischio intrinseco che deve essere gestito attraverso sistemi di sicurezza specifici e ingegnerizzati. La non corretta gestione di questa emergenza espone il personale sanitario e i pazienti a rischi estremamente gravi, che esulano dai più noti pericoli legati ai campi magnetici e che riguardano la composizione stessa dell’aria nell’ambiente di installazione.

La sicurezza risonanza magnetica e il tubo di quench

Il componente fondamentale per la gestione di questo evento è il “tubo di quench” (o condotto di sfiato). Non si tratta di una semplice tubazione, ma di un dispositivo di sicurezza critico, progettato per convogliare in modo sicuro l’enorme volume di elio gassoso prodotto durante il quench dall’interno della sala magnete verso l’esterno dell’edificio. La sua efficacia dipende interamente da una progettazione e installazione a regola d’arte. Errori di dimensionamento, l’uso di materiali non idonei a temperature criogeniche, la presenza di curve strette o “sifoni” (punti bassi non drenati), o la debolezza meccanica dei giunti possono compromettere fatalmente la sua funzione. Un’errata installazione può portare alla rottura del condotto o dei suoi giunti a causa dello shock termico e della pressione generata dal flusso di gas freddo.

Conseguenze del malfunzionamento e obblighi di manutenzione

Il cedimento del tubo di quench durante un’emergenza trasforma un evento controllato in un incidente potenzialmente letale. Se il condotto si rompe, l’elio gassoso, inerte e incolore, si riversa violentemente all’interno della sala magnete. Essendo più leggero dell’aria, esso ne prende rapidamente il posto, saturando l’ambiente e provocando una drastica e immediata riduzione della concentrazione di ossigeno. Questo fenomeno causa anossia e asfissia in pochi istanti. Oltre al rischio di asfissia, il gas rilasciato è a temperatura criogenica (estremamente freddo) e può causare gravi ustioni da freddo, mentre la rapida espansione genera un’onda di pressione (barotrauma) pericolosa per le persone e per la struttura stessa della sala.

Per il datore di lavoro e i suoi delegati, ne consegue l’obbligo di non considerare tale condotto come una semplice installazione idraulica, ma come un apparato di sicurezza che richiede una manutenzione predittiva e ispezioni periodiche specializzate, atte a verificarne costantemente l’integrità strutturale e la piena efficienza.

Gestione agenti cancerogeni: i nuovi obblighi UE e il Dlgs 81

Gestione agenti cancerogeni: i nuovi obblighi UE e il Dlgs 81/08

La gestione agenti cancerogeni e mutageni sul luogo di lavoro è disciplinata dal quadro normativo definito nel Titolo IX, capo II, del Dlgs 81/2008. Questo corpus legislativo stabilisce gli obblighi minimi di protezione per i lavoratori contro i rischi per la salute e la sicurezza derivanti, o che possono derivare, dall’esposizione a tali sostanze, note per la loro capacità di causare danni a lungo termine e patologie irreversibili.

La normativa non è statica; essa recepisce costantemente gli aggiornamenti provenienti dall’unione europea, che aggiornano gli elenchi delle sostanze e i relativi valori limite. Un esempio è la Direttiva (UE) 2022/431, quarta modifica della Direttiva 2004/37/CE, che ha introdotto nuove sostanze nell’elenco degli agenti nocivi e rivisto i valori limite di esposizione professionale per altri. Questi recepimenti, come avvenuto con il Dlgs 44/2020 che ha modificato il Testo Unico, impongono ai datori di lavoro un processo di adeguamento continuo e proattivo della valutazione dei rischi e delle relative misure di prevenzione, assicurando che la protezione sia sempre allineata alle più recenti evidenze scientifiche.

Le misure di prevenzione per la gestione agenti cancerogeni

Il fulcro della normativa risiede nell’articolo 236 del Dlgs 81/08, che impone al datore di lavoro una valutazione approfondita, specifica e documentata dell’esposizione. Qualora da questa emerga la presenza di un agente cancerogeno o mutageno, scattano gli obblighi gerarchici definiti dall’articolo 237.

La priorità assoluta è, ove tecnicamente possibile, l’eliminazione o la sostituzione dell’agente nocivo con una sostanza, una miscela o un processo meno pericoloso. Se la sostituzione non è attuabile, il datore di lavoro deve garantire che la produzione e l’uso avvengano in un sistema chiuso per impedire ogni contatto. Laddove anche questo non fosse possibile, l’esposizione dei lavoratori deve essere ridotta al più basso valore tecnicamente raggiungibile, agendo prima sulle misure di protezione collettiva, come la ventilazione localizzata, e solo come ultima ratio sui dispositivi di protezione individuale (DPI). A ciò si affiancano misure organizzative cruciali: dalla limitazione del numero di addetti esposti alla definizione di aree di rischio specifiche e segnalate, accessibili solo al personale autorizzato. Completano il quadro le misure igieniche (divieto di fumare, bere o mangiare nelle aree a rischio), la predisposizione di procedure per le emergenze e l’informazione e formazione specifica dei lavoratori.

Sorveglianza sanitaria e obblighi post-esposizione

Una conseguenza diretta della valutazione del rischio è l’attivazione della sorveglianza sanitaria, disciplinata dall’articolo 238. Questa diventa obbligatoria per tutti i lavoratori per i quali la valutazione ha evidenziato un rischio per la salute, anche qualora l’esito della valutazione non indichi un livello di rischio significativo. Il medico competente, come previsto dall’articolo 239, istituisce e aggiorna per ogni lavoratore esposto una cartella sanitaria e di rischio, che deve essere conservata con cura. L’articolo 240 specifica ulteriormente questo adempimento, richiedendo la creazione di un registro dei lavoratori esposti, indicando l’attività svolta, l’agente utilizzato e, se noto, il livello di esposizione.

L’aspetto più qualificante della normativa, tuttavia, è definito dall’articolo 242, che estende la sorveglianza sanitaria anche dopo la cessazione dell’esposizione. I lavoratori hanno il diritto di continuare a sottoporsi a controlli medici anche dopo la fine del rapporto di lavoro, secondo le indicazioni del medico competente o della normativa vigente. Questo obbligo di monitoraggio a lungo termine è fondamentale per intercettare precocemente le patologie a lunga latenza tipiche dell’esposizione a tali agenti, garantendo una tutela che va oltre la durata del contratto.

Professionista della security: la nuova norma UNI 11952:2024

Professionista della security: la nuova norma UNI 11952:2024

Il professionista della security assume un ruolo sempre più strategico all’interno delle organizzazioni, operando in un’area di gestione del rischio distinta ma complementare alla safety (salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, normata dal Dlgs 81/08).

Mentre la safety si occupa di prevenire eventi accidentali e colposi, la security gestisce i rischi puri, ovvero quelli derivanti da atti intenzionali e dolosi (malicious acts), che possono avere come unica conseguenza una perdita per l’azienda.

In Italia, questa figura rientra nell’ambito delle professioni non regolamentate, disciplinate dalla legge 4/2013, che affida alla normazione tecnica volontaria, come quella prodotta dall’ente italiano di normazione (UNI), il compito di definirne i requisiti, le competenze e le modalità di valutazione. La crescente complessità delle minacce, da quelle fisiche a quelle cyber, ha reso indispensabile la creazione di uno schema di riferimento credibile per standardizzare le competenze di chi è chiamato a proteggere il patrimonio aziendale tangibile e intangibile.

Il professionista della security secondo la UNI 11952:2024

La nuova norma UNI 11952:2024, intitolata “Attività professionali non regolamentate – Professionista della security (Security Manager) – Requisiti di conoscenza, abilità, autonomia e responsabilità”, risponde a questa esigenza di standardizzazione.

Il documento definisce in modo puntuale i contorni di questa attività professionale, allineandola al quadro europeo delle qualifiche (eqf). Vengono individuati tre profili distinti: il security expert (livello 6 eqf), il security manager (livello 6 eqf) e il senior security manager (livello 7 eqf). Per ciascun profilo, la norma elenca i compiti e le attività specifiche, che includono l’analisi approfondita dei possibili scenari di minaccia, la valutazione del rischio (risk assessment), l’identificazione e la progettazione delle contromisure di mitigazione.

Queste misure non sono solo tecniche (sistemi di allarme, videosorveglianza), ma anche organizzative, procedurali e umane. La norma dettaglia inoltre l’insieme di conoscenze necessarie, che spaziano dalla legislazione vigente alle norme tecniche di settore, fino agli aspetti psico-sociologici della gestione dei conflitti, e le abilità richieste, come la capacità di pianificazione, la leadership e la comunicazione efficace con le diverse funzioni aziendali e gli enti esterni.

Implicazioni per le imprese e il percorso di certificazione

L’introduzione della norma UNI 11952:2024 ha implicazioni pratiche significative. Per le imprese, essa costituisce un riferimento oggettivo e autorevole per la selezione, la valutazione e l’inserimento di figure qualificate nella gestione della security. Permette di superare l’autoreferenzialità e di avere garanzia su un set minimo di competenze possedute dal professionista.

Per gli operatori del settore, la norma apre un percorso chiaro di qualificazione e riconoscimento professionale, basato su requisiti verificabili. Questo standard, infatti, non è fine a se stesso ma è strettamente correlato alla prassi di riferimento UNI/PDR 153:2024, che definisce i requisiti specifici per la certificazione di terza parte di tali figure professionali.

La certificazione, rilasciata da organismi accreditati, attesta l’effettivo possesso delle conoscenze e delle abilità descritte dalla norma, fornendo al mercato e alle aziende uno strumento credibile per distinguere i professionisti qualificati, andando ben oltre la semplice autodichiarazione o la frequenza a corsi non standardizzati.

Formazione sicurezza neoassunti: ora subito, addio 60 giorni

Formazione sicurezza neoassunti: ora subito, addio 60 giorni

La formazione sicurezza neoassunti è un pilastro fondamentale del sistema di prevenzione e protezione delineato dal Decreto Legislativo 9 aprile 2008, n. 81. Il Testo Unico sulla Salute e Sicurezza sul Lavoro, in particolare all’articolo 37, comma 1, impone al datore di lavoro di assicurare che ogni lavoratore riceva una formazione “sufficiente ed adeguata”.

Questo obbligo generale si precisa ulteriormente nei commi successivi, che definiscono le tempistiche e le occasioni in cui tale formazione deve essere erogata. Il comma 4, lettera a), dello stesso articolo stabilisce infatti che la formazione e, ove previsto, l’addestramento specifico debbano avvenire “in occasione della costituzione del rapporto di lavoro”.

Questa disposizione normativa stabilisce una correlazione diretta e imprescindibile tra l’ingresso del lavoratore in azienda e la necessità di essere formato e informato sui rischi professionali. L’impianto legislativo ha sempre inteso la formazione come uno strumento preventivo primario, da attuare necessariamente prima che il lavoratore sia esposto ai rischi connessi alla sua mansione, e non come un adempimento burocratico da regolarizzare in un secondo momento.

La nuova disciplina per la formazione sicurezza neoassunti

Per anni, un’interpretazione non allineata allo spirito della norma, e alimentata da precedenti accordi in materia, aveva diffuso la prassi di concedere un presunto termine massimo di 60 giorni per completare il percorso formativo del neoassunto. Tale consuetudine ha generato notevole confusione, portando alcuni datori di lavoro a posticipare l’erogazione dei corsi e, di conseguenza, ad adibire il personale a mansioni specifiche prima che questo avesse ricevuto l’adeguata preparazione.

Il nuovo accordo stato-regioni, siglato in data 17 aprile 2025, interviene in modo dirimente per eliminare definitivamente questa zona grigia. Il testo recente abroga i riferimenti temporali fuorvianti e ribadisce con forza quanto già sancito dal Dlgs 81/08. La formazione deve essere erogata “all’atto della costituzione del rapporto di lavoro” e, in ogni caso, deve precedere l’effettiva adibizione del lavoratore alla mansione. Non esiste, pertanto, alcun margine di tolleranza che consenta di ritardare l’avvio dei percorsi di formazione e addestramento, rendendo l’obbligo datoriale immediato e non posticipabile.

Implicazioni per i datori di lavoro e gestione operativa

L’eliminazione di ogni ambiguità temporale impone alle imprese una rigorosa revisione delle procedure di assunzione e inserimento (onboarding). La formazione sulla sicurezza non può più essere gestita come un adempimento da calendarizzare nelle settimane successive all’ingresso del dipendente, ma deve diventare parte integrante del processo di accoglienza, antecedente alla presa di servizio. Operativamente, ciò significa che il datore di lavoro deve pianificare e far fruire i moduli di formazione generale e specifica prima che il neoassunto inizi la propria attività lavorativa.

Adibire un lavoratore, anche solo per un breve periodo o per affiancamento, a una mansione senza avergli fornito la preparazione sui rischi specifici costituisce una palese violazione degli obblighi di legge. Tale inadempienza espone il datore di lavoro a sanzioni amministrative e penali, la cui gravità è commisurata all’entità del rischio e alla natura della violazione. Inoltre, come confermato da consolidata giurisprudenza, in caso di infortunio la mancata o tardiva formazione preventiva aggrava pesantemente la posizione datoriale. Una corretta e tempestiva gestione della formazione, al contrario, non solo assicura la conformità legale, ma riduce il rischio di incidenti e promuove una cultura della sicurezza efficace fin dal primo giorno.

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