L’amianto è stato ampiamente utilizzato fin dai primi decenni del Novecento nella cantieristica navale con finalità di coibentazione, protezione dal fuoco, fonoassorbimento e isolamento termico. Durante i passaggi evolutivi tecnologici, il suo impiego si è esteso a tubazioni, valvole, paratie tagliafuoco, pannelli e rivestimenti interni. Anche in epoche recenti, navi costruite prima del divieto italiano hanno mantenuto materiali contenenti amianto a bordo, esponendo i marittimi durante la navigazione, la manutenzione, le riparazioni o la rottamazione.
Rischi legati a manutenzione, rottamazione e navigazione
Le attività di manutenzione a bordo, spesso condotte in spazi chiusi e ventilati male, possono liberare fibre di amianto nell’aria, generando contaminazioni anche in zone non immediatamente interessate. Le vibrazioni, l’erosione da salsedine e la corrosione facilitano il rilascio di fibre da materiali degradati. La rottamazione navale (shipbreaking), operata in molti paesi emergenti con standard di sicurezza bassi, è particolarmente rischiosa per i lavoratori coinvolti, esposti contemporaneamente a più agenti pericolosi (amianto, metalli pesanti, sostanze chimiche). Aumenta così il rischio di malattie asbesto correlate come asbestosi, mesotelioma pleurico e carcinoma polmonare.
Strumenti di tutela e misure preventive in ambito navale
Per proteggere i marittimi è indispensabile adottare un inventario costantemente aggiornato dei materiali contenenti amianto a bordo e mantenere una banca dati nazionale (es. AMINAVI) per tracciare l’esposizione. Le operazioni di manutenzione devono essere pianificate con misure di contenimento, ventilazione, aspirazione locale e decontaminazione, e effettuate solo da personale formato e certificato. I dispositivi di protezione individuale (maschere filtranti, tute protettive) diventano obbligatori quando non sia possibile eliminare la fonte. La sorveglianza sanitaria dei lavoratori marittimi esposti deve essere continuativa anche dopo la cessazione del servizio a bordo.






