Il smart working ha rivoluzionato il modo di lavorare, offrendo maggiore flessibilità oltre a sfide legate alla salute individuale. Tuttavia, i rischi associati non sono uniformi: le differenze di genere emergono in modo evidente, influenzando la modalità con cui uomini e donne percepiscono e gestiscono le criticità del lavoro da remoto.
In particolare, le lavoratrici riportano livelli di stress più elevati rispetto ai colleghi maschi. Questa disparità è spesso legata alla combinazione simultanea di responsabilità professionali e domestiche, che crea un carico emotivo e mentale maggiore. Anche le condizioni ergonomiche, come sedute inadeguate o postazioni improvvisate, si sommano a questo stress, determinando un aumento delle problematiche muscolo-scheletriche, affaticamento visivo e disturbi legati a posture statiche.
Altri effetti negativi includono il senso di isolamento, soprattutto per chi vive da sola o con poca rete di supporto, e la difficoltà nel separare la sfera lavorativa da quella personale. In queste condizioni, viene compromessa la qualità del sonno e aumenta il rischio di diminuita produttività nel lungo periodo, soprattutto per le donne.
Strategie di tutela e inclusione
Per mitigare questi effetti, è essenziale adottare una serie di misure mirate:
- Favorire una valutazione individualizzata del rischio anche in smart working, con quesiti specifici rispetto alla salute e al contesto domestico.
- Promuovere modelli organizzativi flessibili, che includano pause attive, orari adattati e riconoscimento delle esigenze familiari.
- Offrire supporto ergonomico anche a distanza, tramite consulenze interne oppure attraverso protocolli affiancati da professionisti della salute e sicurezza.
- Implementare politiche aziendali inclusive che promuovano la parità di genere nelle decisioni relative al lavoro da remoto.
Queste soluzioni contribuiscono non solo a preservare la salute dei lavoratori, ma anche a rafforzare il capitale di fiducia aziendale, valorizzando l’apporto e la tenuta del capitale umano.


