Quando l'allarme è un trigger per le esigenze "invisibili"

Quando l’allarme è un trigger per le esigenze “invisibili”

I piani di evacuazione inclusivi rappresentano un obbligo di legge e una necessità organizzativa per tutelare l’intera popolazione aziendale. L’impostazione tradizionale della gestione delle emergenze, spesso focalizzata esclusivamente sulle disabilità motorie o sensoriali evidenti, si dimostra inadeguata di fronte alla vasta gamma di esigenze speciali “invisibili”.

Il quadro normativo, definito dal Dlgs 81/2008, impone al datore di lavoro, attraverso gli articoli 18 e 43, di adottare tutte le misure necessarie per la gestione delle emergenze, garantendo la sicurezza della totalità dei lavoratori e non solo di quelli formalmente riconosciuti. Questo obbligo si traduce nella necessità di una valutazione dei rischi (DVR), come specificato all’articolo 28, che superi la mera conformità documentale.

Il datore di lavoro è tenuto a considerare ogni condizione personale che, pur non rientrando in una certificazione formale di disabilità ai sensi della legge 68/99, possa compromettere la capacità di un individuo di reagire lucidamente e tempestivamente a un allarme. Questa lacuna nei piani standard non è una dimenticanza formale, ma un rischio concreto che può avere conseguenze gravi durante un’emergenza reale, vanificando l’efficacia delle procedure.

Oltre il visibile: i rischi nei piani di evacuazione inclusivi

La vera sfida per la sicurezza aziendale consiste nell’identificare e gestire i rischi derivanti da condizioni non immediatamente apparenti. Le esigenze speciali “invisibili” comprendono un ampio spettro di vulnerabilità, che vanno dai disturbi d’ansia agli attacchi di panico, dalle difficoltà cognitive o di apprendimento a condizioni dello spettro autistico o a disturbi da stress post-traumatico (PTSD).

In una situazione di emergenza, gli stimoli stessi pensati per allertare il personale – come sirene ad alto volume, luci lampeggianti intermittenti, ordini concitati e il movimento rapido della folla – possono agire da potenti fattori scatenanti. Per un lavoratore con ipersensibilità sensoriale, questi stimoli possono generare un sovraccarico tale da provocare disorientamento o blocco totale. Un individuo soggetto ad attacchi di panico può manifestare una reazione di “freezing” (congelamento) o cercare istintivamente un nascondiglio anziché seguire le vie di fuga. Altri potrebbero avere difficoltà a processare istruzioni complesse sotto stress, perdendo minuti preziosi.

Queste reazioni non solo mettono in pericolo la persona coinvolta, ma possono anche rallentare o intralciare il deflusso ordinato degli altri lavoratori, creando ostacoli imprevisti e aumentando il rischio collettivo. Ignorare queste variabili significa basare l’intero piano di emergenza su presupposti errati, ovvero che tutti reagiscano in modo logico e uniforme.

Strategie aziendali per la gestione delle emergenze inclusive

Per colmare questo divario di sicurezza, il datore di lavoro deve avviare un processo proattivo di revisione delle procedure di emergenza. Il primo passo inderogabile è l’aggiornamento del documento di valutazione dei rischi, includendo specificamente le vulnerabilità derivanti da queste condizioni.

In questo contesto, emerge la figura centrale del medico competente (MC). Attraverso la sorveglianza sanitaria, il medico può individuare queste fragilità, anche se non dichiarate dal lavoratore. Nel pieno rispetto del segreto professionale e della privacy, il MC ha il compito di informare il datore di lavoro non della diagnosi, ma esclusivamente della necessità di adottare specifiche misure di tutela per quel lavoratore, rendendolo di fatto l’anello di congiunzione tra la salute individuale e la sicurezza collettiva.

Le implicazioni operative sono concrete: i piani di evacuazione devono essere resi più semplici, chiari e multimodali, utilizzando non solo segnali sonori ma anche visivi (luci, pittogrammi chiari) e, se possibile, tattili.

È fondamentale prevedere un sistema di “buddy”, ovvero colleghi volontari e formati (spesso gli stessi addetti alla squadra di emergenza) incaricati di assistere specifici lavoratori fragili. La formazione assume un ruolo determinante: non solo le simulazioni periodiche, ma una formazione specifica rivolta a tutto il personale per riconoscere i segni del panico e fornire supporto senza sostituirsi alle procedure. Promuovere una cultura aziendale aperta, dove segnalare un’esigenza non sia motivo di stigma ma un atto di responsabilità condivisa.

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