Lavoro di cura e salute mentale: rischi e prevenzione

Lavoro di cura e salute mentale: rischi e prevenzione

Il settore sanitario e sociale in Europa sta affrontando una crisi significativa legata ai rischi psicosociali, che minacciano la salute mentale dei lavoratori e la qualità dell’assistenza erogata. Secondo i dati riportati da EU-OSHA, il 59% degli operatori del comparto dichiara di essere esposto a fattori che compromettono il benessere psicologico, come stress, burnout, ansia e depressione.

Questa situazione è alimentata da carichi di lavoro insostenibili, turni irregolari e una diffusa carenza di personale, in un contesto dove la domanda di assistenza cresce a causa dell’invecchiamento della popolazione. La tutela della salute mentale in questo ambito non è solo un dovere etico verso i lavoratori, ma una necessità per garantire la sicurezza dei pazienti: un operatore in condizioni di disagio psicologico è infatti più soggetto a errori e cali di performance, con impatti diretti sulla qualità del servizio.

Fattori di rischio organizzativi e sociali

L’analisi delle cause evidenzia un mix di fattori organizzativi e sociali. Sul fronte organizzativo, pesano i carichi di lavoro eccessivi, la pressione temporale e la scarsa autonomia decisionale (riguardante il 57% dei lavoratori), uniti a turni che alterano i ritmi circadiani e a retribuzioni spesso inadeguate rispetto allo sforzo richiesto. La digitalizzazione, se non accompagnata da adeguata formazione, rischia di aumentare ulteriormente lo stress. Sul versante sociale, emergono problematiche legate alla violenza e alle molestie da parte di terzi (pazienti o familiari), all’alto carico emotivo derivante dal contatto con la sofferenza e allo stigma che ancora circonda la richiesta di supporto psicologico. Inoltre, fattori demografici come la forte presenza femminile (79%) con doppi carichi di lavoro e la vulnerabilità dei giovani professionisti aggravano il quadro.

Strategie di intervento e obblighi normativi

Per contrastare questi rischi, è necessario un approccio multilivello che vada oltre la gestione delle conseguenze. La prevenzione primaria richiede interventi strutturali sull’organizzazione del lavoro: pianificazione ergonomica dei turni, adeguamento degli organici, coinvolgimento dei lavoratori nelle decisioni e politiche di tolleranza zero verso la violenza. A livello secondario e terziario, sono fondamentali la formazione sulla resilienza, i gruppi di supporto tra pari e l’accesso a servizi di counselling psicologico. La normativa vigente, a partire dalla Direttiva 89/391/CEE e dal Dlgs 81/2008, impone ai datori di lavoro di valutare tutti i rischi, inclusi quelli psicosociali, integrandoli nel Documento di Valutazione dei Rischi (DVR). È essenziale monitorare segnali precoci di disagio, come l’assenteismo o i conflitti, e promuovere una cultura organizzativa che normalizzi la cura della salute mentale, trasformandola in una leva strategica per la sostenibilità del sistema sanitario.

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