Violenza sui sanitari: la prevenzione cambia passo

Violenza sui sanitari: la prevenzione cambia passo

La violenza contro gli operatori sanitari e socio-sanitari non può più essere letta come un fatto episodico o meramente emergenziale, ma come un rischio lavorativo che richiede prevenzione strutturata, valutazione organizzativa e misure di protezione adeguate. Il quadro normativo di riferimento si fonda innanzitutto sul Dlgs 81/2008, che agli articoli 17 e 28 impone al datore di lavoro di valutare tutti i rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori e di programmare le misure di prevenzione conseguenti. 

A questo impianto si affianca la legge 14 agosto 2020, n. 113, che ha rafforzato la tutela del personale sanitario e socio-sanitario, istituendo l’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie e attribuendogli compiti di monitoraggio, analisi dei fattori di rischio, promozione di buone prassi, formazione e misure di sicurezza anche mediante videosorveglianza. In questo contesto si colloca la nuova Raccomandazione ministeriale n. 8, pubblicata l’11 marzo 2026, che aggiorna l’approccio alla prevenzione degli atti di violenza nelle strutture sanitarie e socio-sanitarie e sposta l’attenzione dalla sola reazione all’evento alla costruzione di un sistema più stabile di analisi, segnalazione e protezione.

Violenza e prevenzione: le nuove leve organizzative

La novità più rilevante della Raccomandazione sta nel fatto che amplia il perimetro dei soggetti da proteggere e rende più concreta la strategia di prevenzione. Non si guarda più soltanto al personale sanitario in senso stretto, ma anche a chi opera nelle attività ausiliarie, di supporto alla cura, di front office, nei CUP, nei servizi amministrativi, di pulizia e manutenzione. La prevenzione, quindi, viene letta come responsabilità dell’intera organizzazione. Il documento insiste su alcuni assi operativi molto chiari. Il primo è la cultura della segnalazione, perché gli episodi di violenza, anche verbale, devono essere raccolti, analizzati e trasformati in dati utili a individuare vulnerabilità e criticità. Il secondo è la lettura del contesto, con attenzione alle aree più esposte come pronto soccorso, servizi psichiatrici, aree di attesa, continuità assistenziale e altri ambienti nei quali incidono fattori come tempi di attesa, lavoro in solitaria, fragilità dell’utenza e assetto degli spazi. 

Il terzo è la combinazione di misure organizzative, formative e tecnologiche: procedure interne di segnalazione rapida, programmi annuali di prevenzione, supporto psicologico e legale al personale aggredito, formazione su riconoscimento dei segnali di pericolo, comunicazione assertiva, de-escalation e gestione dei conflitti. Accanto a questo, la Raccomandazione indica l’utilizzo, dove necessario, di allarmi portatili, pulsanti antipanico, videosorveglianza, dispositivi audio-video e altri strumenti di protezione nelle aree a rischio elevato. I dati più recenti confermano la necessità di questo cambio di passo: nel 2025 sono state quasi 18 mila le aggressioni segnalate, con oltre 23 mila operatori coinvolti, e le aggressioni verbali restano prevalenti rispetto a quelle fisiche.

DVR, procedure e tutela del personale: cosa cambia in struttura

Le strutture sanitarie e socio-sanitarie devono ora tradurre queste indicazioni in misure operative verificabili. Il primo passaggio è l’aggiornamento del DVR e delle procedure interne, includendo il rischio di aggressione come elemento da analizzare in rapporto ai reparti, agli orari, alle modalità di accesso del pubblico, ai tempi di attesa e alla presenza di lavoratori esposti in solitaria o in contesti isolati. Il secondo è la costruzione di un sistema di segnalazione realmente utilizzabile, capace di raccogliere non solo gli eventi più gravi ma anche i near miss e gli episodi verbali, così da leggere in anticipo i segnali di escalation. 

Il terzo è la formazione continua del personale, che non deve limitarsi alla conoscenza delle regole ma deve sviluppare capacità pratiche di gestione delle situazioni ostili, comunicazione con l’utenza e attivazione tempestiva delle tutele aziendali. Diventa poi essenziale la presa in carico del lavoratore vittima di aggressione, con sostegno psicologico, tutela legale e accompagnamento nelle fasi successive all’evento. 

Per le aziende sanitarie, in sintesi, la prevenzione della violenza non è più solo un tema di ordine pubblico o di reazione all’emergenza, ma una componente piena della sicurezza sul lavoro e della qualità organizzativa. Per i lavoratori, questo significa poter contare su un ambiente più presidiato, su procedure più chiare e su una maggiore attenzione alla tutela della persona, anche quando l’aggressione non produce un danno fisico immediato ma lascia conseguenze psicologiche e operative rilevanti.

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