Il workaholism rappresenta una condizione sempre più osservata negli ambienti professionali contemporanei e richiama l’attenzione sul rapporto tra organizzazione del lavoro, benessere psicologico e tutela della salute nei luoghi di lavoro. Il fenomeno si manifesta quando l’attività lavorativa assume caratteristiche compulsive, con un coinvolgimento eccessivo che porta il lavoratore a dedicare al lavoro una quantità di tempo e di energie sproporzionata rispetto agli obblighi contrattuali.
Nel quadro normativo italiano, la tutela della salute del lavoratore è disciplinata dal Dlgs 81/2008, che impone al datore di lavoro di valutare tutti i rischi per la salute e la sicurezza, compresi quelli collegati allo stress lavoro-correlato. L’articolo 28 del decreto prevede infatti che la valutazione dei rischi debba includere anche fattori organizzativi e psicosociali che possono incidere sul benessere del lavoratore. In questo contesto, il workaholism viene considerato una possibile manifestazione di squilibrio tra richieste lavorative e capacità di gestione individuale, con implicazioni che riguardano sia la salute psicofisica dei lavoratori sia l’efficienza complessiva dell’organizzazione aziendale.
Workaholism e rischi psicosociali nel lavoro moderno
Il workaholism si distingue dal semplice impegno professionale perché è caratterizzato da una vera e propria dipendenza dal lavoro. Il lavoratore tende a rimanere costantemente concentrato sulle attività professionali, anche al di fuori dell’orario di lavoro, con difficoltà a interrompere o ridurre il carico di attività. Questa condizione può essere alimentata da diversi fattori, tra cui modelli organizzativi molto competitivi, elevati livelli di responsabilità, pressione sui risultati o culture aziendali che premiano implicitamente la disponibilità continua.
In questi casi il lavoro diventa progressivamente il centro esclusivo della vita personale, riducendo lo spazio dedicato al recupero psicofisico, alle relazioni sociali e alle attività extra-professionali. Il fenomeno rientra tra i rischi psicosociali che le imprese devono considerare nell’ambito delle politiche di prevenzione. La gestione dei rischi psicosociali richiede un approccio organizzativo che integri la valutazione dei carichi di lavoro, la distribuzione delle responsabilità, la chiarezza dei ruoli e la promozione di un equilibrio tra vita professionale e vita privata.
Impatti su salute, produttività e organizzazione aziendale
Il workaholism può generare conseguenze rilevanti sia sul piano individuale sia su quello organizzativo. Dal punto di vista della salute, l’eccessiva dedizione al lavoro può favorire stress cronico, affaticamento mentale, disturbi del sonno e difficoltà di concentrazione. Nel lungo periodo possono emergere anche problemi di natura cardiovascolare o condizioni di burnout, con una progressiva riduzione della capacità lavorativa.
Dal punto di vista delle imprese, una cultura organizzativa che tollera o incentiva indirettamente comportamenti di iperlavoro può produrre effetti controproducenti. Un lavoratore costantemente sotto pressione tende infatti a commettere più errori, a ridurre la qualità delle prestazioni e a sviluppare livelli più elevati di insoddisfazione. Per questo motivo, le politiche di prevenzione devono puntare non solo al rispetto degli orari di lavoro previsti dalla normativa, ma anche alla promozione di modelli organizzativi sostenibili.
Strumenti come la corretta pianificazione delle attività, la gestione equilibrata dei carichi di lavoro, il diritto alla disconnessione e programmi di sensibilizzazione sul benessere organizzativo possono contribuire a prevenire situazioni di dipendenza dal lavoro. Un approccio preventivo consente alle imprese di migliorare il clima aziendale, ridurre i rischi psicosociali e rafforzare la produttività nel medio e lungo periodo.


