Biossido di titanio: prevenire i rischi nei luoghi di lavoro

Biossido di titanio: prevenire i rischi nei luoghi di lavoro

Il biossido di titanio (TiO₂) è una sostanza ampiamente utilizzata in numerosi processi e prodotti industriali, tra cui vernici, rivestimenti, plastiche, inchiostri, cosmetici e filtri solari. Sul piano normativo, il quadro è cambiato negli ultimi anni. Il regolamento delegato (UE) 2020/217 aveva classificato come cancerogeno di categoria 2 per inalazione il TiO₂ in polvere contenente almeno l’1% di particelle con diametro aerodinamico pari o inferiore a 10 micrometri. La classificazione è stata però annullata dal Tribunale dell’Unione europea nel 2022 e l’annullamento è diventato definitivo dopo la sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea del 1° agosto 2025. 

L’avviso pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea il 10 dicembre 2025 ha quindi formalizzato l’assenza della classificazione armonizzata del biossido di titanio come cancerogeno di categoria 2 per inalazione. Questo aggiornamento non elimina tuttavia la necessità di valutare l’esposizione nei luoghi di lavoro. Il Titolo IX del Dlgs 81/2008 disciplina infatti la protezione dai rischi derivanti dagli agenti chimici e l’articolo 223 richiede al datore di lavoro di considerare le proprietà pericolose degli agenti, il livello, le modalità e la durata dell’esposizione, le condizioni di impiego e le misure preventive adottate.

Biossido di titanio: esposizione e possibili effetti sulla salute

Il biossido di titanio può presentarsi sotto forma di particelle di dimensioni micrometriche o nanometriche, caratterizzate da proprietà e comportamenti differenti. In ambito occupazionale, la principale via di esposizione è rappresentata dall’inalazione di polveri fini e ultrafini che possono essere generate durante le fasi di produzione, manipolazione e lavorazione. Particolare attenzione è rivolta alle nanoparticelle, che presentano una maggiore superficie specifica e una più elevata reattività rispetto alle particelle di dimensioni maggiori. Le conoscenze scientifiche attualmente disponibili sugli effetti per la salute non consentono tuttavia di raggiungere conclusioni definitive. 

Gli studi epidemiologici condotti sui lavoratori esposti hanno prodotto risultati non concordi e non hanno permesso di stabilire con sufficiente certezza una relazione dose-risposta tra esposizione occupazionale e tumore polmonare. Sono stati descritti anche possibili effetti non neoplastici, tra cui una riduzione della funzionalità polmonare, mentre gli studi sperimentali hanno evidenziato, soprattutto per le forme nanometriche, possibili meccanismi collegati a stress ossidativo, infiammazione e danno cellulare. La diversa dimensione delle particelle, la struttura cristallina e le modalità di esposizione rendono inoltre complessa la valutazione dei possibili effetti. Per questo, pur essendo venuta meno la precedente classificazione armonizzata, resta necessario mantenere un approccio cautelativo nelle attività che possono determinare dispersione di polveri nell’ambiente di lavoro.

Le misure per ridurre l’esposizione dei lavoratori

Le imprese che utilizzano o lavorano materiali contenenti TiO₂ devono quindi verificare concretamente le condizioni di esposizione presenti nei propri processi, senza basarsi esclusivamente sulla classificazione della sostanza. L’articolo 224 del Dlgs 81/2008 prevede che i rischi derivanti dagli agenti chimici pericolosi siano eliminati o ridotti al minimo attraverso adeguate misure tecniche e organizzative. Nel caso del biossido di titanio assumono particolare rilievo il confinamento delle lavorazioni che producono polveri, la ventilazione localizzata, l’automazione delle operazioni e una corretta gestione della pulizia degli ambienti. 

Quando tali misure non risultano sufficienti, devono essere individuati dispositivi di protezione individuale adeguati alle caratteristiche dell’esposizione, con particolare attenzione alla protezione delle vie respiratorie. È inoltre importante valutare la necessità di monitorare periodicamente le polveri aerodisperse e garantire ai lavoratori una formazione adeguata sulle procedure di manipolazione, pulizia e stoccaggio. 

L’aggiornamento delle conoscenze sul TiO₂ richiama quindi le imprese a una valutazione basata sulle effettive condizioni di lavoro: l’eliminazione della classificazione armonizzata come cancerogeno per inalazione non significa infatti assenza di rischio, soprattutto quando le lavorazioni comportano la formazione di polveri fini o nanometriche e un’esposizione ripetuta dei lavoratori.

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