L’epicondilite nell’industria alimentare rappresenta una delle patologie muscoloscheletriche che possono svilupparsi a causa di movimenti ripetitivi, sforzi prolungati e posture scorrette durante le attività lavorative. Si tratta di un disturbo che interessa i tendini del gomito e che può compromettere la capacità del lavoratore di svolgere operazioni manuali, soprattutto quando richiedono movimenti frequenti dell’avambraccio e della mano. Il rischio è particolarmente rilevante nei settori della lavorazione, trasformazione e confezionamento degli alimenti, dove molte attività prevedono gesti ripetuti per periodi prolungati. Il Dlgs 81/2008, agli articoli 28 e 168, stabilisce specifici obblighi in materia di valutazione dei rischi e movimentazione manuale dei carichi, comprendendo anche le attività che possono comportare un sovraccarico biomeccanico.
Inoltre, l’epicondilite rientra tra le malattie professionali tabellate quando è associata a lavorazioni che comportano, in modo non occasionale, movimenti ripetuti dell’avambraccio o azioni di presa della mano con impiego di forza. Un approfondimento contenuto nella pubblicazione Dati INAIL n. 7/2026 richiama l’attenzione sui fattori di rischio presenti nell’industria alimentare e sui criteri utilizzati per valutare l’eventuale origine professionale della patologia.
Epicondilite e sovraccarico biomeccanico nelle lavorazioni alimentari
L’epicondilite è una patologia che interessa i tendini collegati alla parte esterna del gomito e può manifestarsi attraverso dolore, riduzione della forza e difficoltà nei movimenti dell’arto superiore. Nell’industria alimentare, il rischio può essere associato ad attività come il taglio e la lavorazione delle carni, la preparazione dei prodotti, il confezionamento manuale e l’utilizzo ripetuto di utensili. Queste operazioni possono richiedere movimenti frequenti del polso e dell’avambraccio, prese energiche e mantenimento di posizioni non corrette. Il rischio aumenta quando i gesti vengono ripetuti rapidamente, le pause risultano insufficienti oppure le attrezzature richiedono uno sforzo eccessivo.
La valutazione del sovraccarico biomeccanico deve quindi considerare diversi elementi, tra cui la frequenza dei movimenti, la forza applicata, la durata dell’esposizione e le posture assunte durante il lavoro. Un aspetto importante riguarda anche l’accertamento dell’origine professionale della malattia. La valutazione medico-legale richiede infatti di verificare la diagnosi, ricostruire le attività effettivamente svolte dal lavoratore e analizzare l’intensità e la durata dell’esposizione ai fattori di rischio. Devono essere considerate anche eventuali cause extralavorative che possono contribuire all’insorgenza della patologia. Il riconoscimento dell’epicondilite come malattia professionale non dipende quindi esclusivamente dalla presenza dei sintomi, ma richiede un’attenta valutazione del rapporto tra la patologia e le condizioni lavorative.
La prevenzione dell’epicondilite e gli obblighi per le imprese alimentari
La prevenzione dell’epicondilite richiede alle imprese alimentari di individuare le attività maggiormente esposte al sovraccarico biomeccanico e adottare misure organizzative e tecniche adeguate. Il datore di lavoro deve considerare questi rischi nella valutazione aziendale, analizzando le caratteristiche delle lavorazioni e le modalità con cui vengono eseguite.
Tra gli interventi preventivi rientrano l’utilizzo di attrezzature ergonomiche, l’adeguamento delle postazioni, la riduzione degli sforzi e l’organizzazione di pause e rotazioni delle mansioni, quando efficaci rispetto ai rischi individuati. È inoltre fondamentale assicurare ai lavoratori un’adeguata informazione e formazione sui movimenti corretti e sull’impiego delle attrezzature. Un ruolo importante è svolto dal medico competente, che nell’ambito della sorveglianza sanitaria, ove prevista, può individuare precocemente eventuali disturbi e valutare l’idoneità del lavoratore alla mansione specifica.
Per le imprese, una gestione efficace del rischio biomeccanico permette di ridurre la probabilità di malattie professionali, limitare le assenze e migliorare le condizioni di lavoro. La prevenzione deve quindi basarsi su un’analisi concreta delle attività svolte, evitando di sottovalutare i movimenti ripetitivi che, nel tempo, possono compromettere la salute dei lavoratori.


