Biostimolanti agricoli: sostenibilità e sicurezza sul lavoro

Biostimolanti agricoli: sostenibilità e sicurezza sul lavoro

I biostimolanti rappresentano una soluzione sempre più rilevante per lo sviluppo di sistemi agricoli sostenibili, grazie alla loro capacità di migliorare l’efficienza nell’utilizzo dei nutrienti e la resistenza delle colture agli stress ambientali. Il principale riferimento normativo europeo è il Regolamento (UE) 2019/1009, che disciplina i prodotti fertilizzanti e definisce i biostimolanti delle piante come prodotti in grado di stimolare i processi nutrizionali indipendentemente dal loro contenuto di nutrienti.

L’obiettivo è migliorare l’efficienza nell’uso delle sostanze nutritive, la tolleranza agli stress abiotici, la qualità delle colture o la disponibilità dei nutrienti presenti nel suolo. Il regolamento stabilisce inoltre requisiti di sicurezza, limiti per la presenza di contaminanti e specifiche condizioni per l’immissione sul mercato. In Italia il quadro è completato dal Dlgs 75/2010, che disciplina i fertilizzanti e individua anche i prodotti ad azione specifica sulla pianta. Per le imprese agricole, l’impiego di queste soluzioni deve comunque inserirsi nel più ampio sistema di tutela della salute e sicurezza previsto dal Dlgs 81/2008.

I biostimolanti migliorano efficienza e resistenza delle colture

I biostimolanti possono essere di origine microbica o non microbica e comprendere sostanze e microrganismi con caratteristiche differenti. La loro funzione non consiste semplicemente nell’apportare nutrienti alla pianta né nel contrastare direttamente malattie o parassiti, come avviene con i prodotti fitosanitari. La loro azione riguarda soprattutto i processi fisiologici della pianta e il rapporto tra coltura, terreno e disponibilità degli elementi nutritivi. Alcuni prodotti possono favorire lo sviluppo dell’apparato radicale, altri migliorare la capacità della pianta di utilizzare azoto, fosforo e micronutrienti, mentre altri ancora aumentano la tolleranza a condizioni di stress come siccità, temperature elevate o salinità del terreno. 

Il loro utilizzo può contribuire a ridurre la dipendenza dai fertilizzanti chimici di sintesi e a limitare alcuni effetti ambientali collegati a un uso intensivo dei nutrienti. La normativa europea stabilisce inoltre limiti specifici per la presenza di sostanze contaminanti, tra cui cadmio, piombo, mercurio, nichel e arsenico, con l’obiettivo di garantire un elevato livello di tutela della salute, dell’ambiente e della sicurezza.

Le imprese agricole devono valutare prodotti e modalità di utilizzo

Le imprese agricole possono integrare i biostimolanti nelle proprie strategie produttive, ma devono valutarne con attenzione caratteristiche, composizione e modalità di impiego. La scelta del prodotto deve essere coerente con le esigenze della coltura, le condizioni del terreno e le indicazioni fornite dal produttore, evitando di considerarli automaticamente privi di rischi solo perché di origine naturale o biologica. 

Anche per questi prodotti resta necessario verificare eventuali pericoli legati alla manipolazione, allo stoccaggio, alla miscelazione e alle modalità di applicazione. La valutazione dei rischi prevista dal Dlgs 81/2008 deve quindi considerare le sostanze effettivamente utilizzate, le condizioni operative e l’esposizione dei lavoratori. Quando necessario, devono essere adottate adeguate misure organizzative, procedure di lavoro, dispositivi di protezione individuale e attività di informazione e formazione

L’impiego dei biostimolanti può rappresentare una delle soluzioni utili per rendere i processi agricoli più sostenibili e ridurre l’impatto ambientale, ma deve essere inserito in una gestione consapevole e integrata della produzione. Innovazione, sostenibilità e sicurezza devono quindi procedere insieme, valorizzando le nuove tecnologie senza ridurre l’attenzione verso la tutela dei lavoratori.

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