Le polveri pericolose possono svilupparsi durante la manipolazione, la lavorazione, la trasformazione o lo smaltimento delle materie prime e rappresentano un rischio significativo per la salute dei lavoratori. Il principale riferimento normativo è il Dlgs 81/2008, che impone al datore di lavoro di valutare tutti i rischi presenti nell’attività aziendale e di adottare misure adeguate per eliminarli o ridurli. Il Titolo IX disciplina in particolare la protezione dagli agenti chimici e dagli agenti cancerogeni, mutageni o tossici per la riproduzione.
Gli articoli da 221 a 232 regolano la valutazione e la gestione del rischio chimico, mentre gli articoli da 235 a 245 prevedono tutele rafforzate quando le polveri contengono sostanze classificate come cancerogene o pericolose. Gli allegati XXXVIII e XLIII stabiliscono inoltre specifici valori limite di esposizione professionale. La nuova guida tecnica pubblicata dall’Inail nel 2026 fornisce indicazioni utili per individuare le sorgenti di emissione, valutare l’esposizione e scegliere le tecnologie più efficaci per contenere e rimuovere le particelle aerodisperse.
Le polveri pericolose tra esposizione e malattie professionali
Le polveri pericolose possono essere generate da attività manuali, macchinari e impianti produttivi, interessando numerosi settori. Le lavorazioni maggiormente esposte comprendono l’edilizia, l’agricoltura, l’industria alimentare, la lavorazione del legno, il comparto metalmeccanico, la produzione di vernici, materie plastiche e prodotti chimici. Il livello di rischio dipende dalla composizione della sostanza, dalle dimensioni delle particelle, dalla loro concentrazione nell’aria, dalla durata dell’esposizione e dalla capacità di raggiungere le diverse parti dell’apparato respiratorio.
Le frazioni più fini possono penetrare in profondità nei polmoni e causare patologie anche dopo esposizioni prolungate nel tempo. Tra le principali conseguenze rientrano asma, bronchiti croniche, broncopneumopatia cronico ostruttiva, polmoniti da ipersensibilità, silicosi e neoplasie dell’apparato respiratorio. La valutazione non può quindi limitarsi alla presenza visibile di polvere, poiché alcune particelle pericolose non sono facilmente percepibili. Quando necessario, devono essere effettuati campionamenti personali o ambientali per misurare la concentrazione delle sostanze nella zona di respirazione dei lavoratori e confrontare i risultati con i valori limite applicabili.
Le misure tecniche per ridurre l’esposizione dei lavoratori
Le imprese devono intervenire innanzitutto sulla sorgente, privilegiando la sostituzione delle sostanze più pericolose e l’utilizzo di processi chiusi o meno polverosi. Quando l’emissione non può essere eliminata, occorre installare sistemi di aspirazione localizzata capaci di catturare le particelle nel punto in cui vengono prodotte, prima che si diffondano nell’ambiente. Gli impianti di ventilazione, filtrazione e depolverazione devono essere dimensionati correttamente, sottoposti a manutenzione e verificati periodicamente.
Anche le procedure di pulizia assumono un ruolo essenziale: l’accumulo di polvere deve essere rimosso con aspiratori industriali o sistemi idonei, evitando l’uso di aria compressa e la pulizia a secco quando possono disperdere nuovamente le particelle. Il datore di lavoro deve inoltre definire procedure operative, limitare il numero degli esposti, organizzare la sorveglianza sanitaria e garantire informazione, formazione e addestramento.
I dispositivi di protezione delle vie respiratorie devono essere scelti in base alla sostanza, alla concentrazione e alle caratteristiche della lavorazione, ma non possono sostituire le misure collettive. La gestione deve essere riportata nel DVR e aggiornata in caso di modifiche ai processi, alle sostanze o agli impianti.


