L’economia circolare costituisce uno degli strumenti centrali della strategia europea per ridurre il consumo di materie prime, prolungare la vita dei prodotti e limitare la produzione di rifiuti. Il quadro di riferimento comprende il nuovo piano d’azione europeo adottato con la comunicazione COM(2020) 98 final, che promuove progettazione sostenibile, riuso, riparazione, rigenerazione e riciclo di qualità. In Italia, la Parte IV del Dlgs 152/2006 disciplina la gestione dei rifiuti e, all’articolo 179, stabilisce una gerarchia che attribuisce priorità alla prevenzione, alla preparazione per il riutilizzo e al riciclaggio.
La trasformazione dei processi produttivi deve però essere accompagnata dalla tutela del lavoro. Gli articoli 17, 28 e 29 del Dlgs 81/2008 impongono al datore di lavoro di valutare tutti i rischi e di aggiornare il DVR quando cambiano lavorazioni, tecnologie, organizzazione o condizioni di esposizione. Il briefing 04/2026 dell’Agenzia europea dell’ambiente amplia questa prospettiva, chiarendo che gli obiettivi ambientali ed economici non producono automaticamente risultati sociali equi. La transizione deve quindi integrare sicurezza, qualità dell’occupazione, partecipazione e accesso alle competenze, evitando che costi e rischi ricadano sui lavoratori o sui territori più vulnerabili.
Economia circolare: occupazione, competenze e giustizia sociale
La nuova analisi individua tre dimensioni da considerare nella progettazione delle politiche e dei processi aziendali. La giustizia distributiva riguarda la ripartizione equilibrata di benefici, costi e rischi tra imprese, lavoratori, comunità e territori. La giustizia procedurale richiede il coinvolgimento effettivo delle persone interessate nelle decisioni, dalla riconversione degli impianti alla modifica delle mansioni. La giustizia del riconoscimento valorizza invece il contributo dei soggetti spesso meno visibili, comprese le piccole imprese e gli operatori impegnati nella raccolta, nella selezione, nella riparazione e nel recupero dei materiali.
Tra il 2014 e il 2023 i posti di lavoro collegati all’economia circolare nell’Unione europea sono aumentati del 10%, raggiungendo circa 4,4 milioni di occupati. Questa crescita presenta tuttavia differenze significative. Le attività di progettazione, innovazione e gestione richiedono competenze elevate e offrono generalmente maggiori opportunità professionali. Le mansioni operative nella gestione dei rifiuti, nello smistamento e nella riparazione possono invece essere caratterizzate da minore stabilità, salari più bassi e un’esposizione più marcata a rischi fisici, chimici, biologici ed ergonomici. La transizione è quindi giusta solo quando crea lavoro dignitoso, sicuro e accessibile, sostenuto da percorsi reali di formazione e riqualificazione.
Nuovi processi circolari e aggiornamento dei rischi aziendali
Le imprese devono collegare ogni progetto di circolarità alla valutazione preventiva degli effetti sulla salute e sull’organizzazione del lavoro. L’introduzione di materiali riciclati, componenti usati o nuove attività di recupero può modificare i pericoli presenti e generare esposizioni non considerate nel precedente DVR. La selezione dei rifiuti può comportare il contatto con polveri, sostanze pericolose, agenti biologici e oggetti taglienti. La rigenerazione di batterie e apparecchiature può aggiungere rischi chimici, elettrici e di incendio. Le attività di smontaggio, riparazione e movimentazione possono inoltre aumentare il rischio meccanico e il sovraccarico biomeccanico.
Il datore di lavoro deve riesaminare procedure, impianti, aspirazioni, manutenzioni, DPI e gestione delle emergenze, coinvolgendo RSPP, medico competente, RLS e lavoratori. Devono essere definite anche competenze adeguate alle nuove mansioni, con formazione pratica e istruzioni comprensibili. La scelta dei fornitori e dei materiali secondari deve considerare tracciabilità, caratteristiche tecniche e possibile presenza di contaminanti. Una transizione efficace richiede infine dialogo, monitoraggio degli impatti e indicatori capaci di misurare non soltanto il risparmio di risorse, ma anche infortuni, esposizioni, qualità del lavoro e accesso alla formazione. Integrare questi aspetti permette alle imprese di innovare senza trasferire nuovi rischi sulle persone.


