La formazione sulla salute e sicurezza deve essere realmente comprensibile per ogni lavoratore, anche quando esistono differenze linguistiche o culturali. Il principio trova fondamento nel Dlgs 81/2008. In particolare, l’articolo 36 stabilisce che il contenuto dell’informazione deve essere facilmente comprensibile e consentire ai lavoratori di acquisire le necessarie conoscenze, mentre l’articolo 37 prevede una formazione sufficiente e adeguata anche rispetto alle conoscenze linguistiche.
Per i lavoratori immigrati, lo stesso articolo richiede la verifica preventiva della comprensione e della conoscenza della lingua utilizzata nel percorso formativo. Il nuovo Accordo Stato-Regioni del 17 aprile 2025 rafforza questo approccio, ponendo maggiore attenzione all’efficacia della formazione e alla verifica dell’apprendimento. La presenza di lavoratori con lingue, esperienze e riferimenti culturali differenti rende quindi necessario superare una formazione puramente formale e costruire percorsi capaci di trasformare le regole di sicurezza in comportamenti concretamente compresi e applicati.
La formazione interculturale parte dalla comprensione dei rischi
La formazione interculturale non consiste semplicemente nel tradurre materiali o procedure, ma richiede di verificare come il lavoratore comprende il rischio e le indicazioni ricevute. Le difficoltà linguistiche possono infatti incidere sulla corretta interpretazione delle istruzioni operative, della segnaletica, delle procedure di emergenza e delle modalità di utilizzo delle attrezzature e dei DPI. A queste possono aggiungersi differenti esperienze professionali, abitudini lavorative e modalità di percezione del pericolo. Per questo motivo, nei percorsi destinati ai lavoratori stranieri può essere necessario adottare strumenti che rendano più immediato il messaggio, come immagini, video, dimostrazioni pratiche, procedure semplificate dal punto di vista linguistico e materiali multilingue.
Quando necessario, possono essere utilizzati anche mediatori interculturali o traduttori. Particolare importanza assume inoltre la verifica dell’apprendimento: un test teorico può non essere sufficiente a dimostrare che una procedura sia stata realmente assimilata. L’addestramento sul campo, le simulazioni e le prove pratiche permettono invece di accertare direttamente la capacità del lavoratore di riconoscere un pericolo e adottare il comportamento corretto.
Le imprese possono integrare inclusione e prevenzione aziendale
Le imprese possono rafforzare la prevenzione intervenendo già dall’ingresso del lavoratore in azienda. Un onboarding strutturato consente di individuare eventuali difficoltà linguistiche, illustrare le procedure fondamentali e affiancare inizialmente il neoassunto a personale esperto. Anche il DVR può tenere conto delle caratteristiche concrete dell’organizzazione, valutando le criticità connesse ai processi di comunicazione, alla presenza di lavoratori con differenti competenze linguistiche e al turnover, soprattutto nei settori caratterizzati da frequenti nuovi inserimenti.
Un ruolo importante spetta inoltre ai preposti, che devono verificare sul campo il rispetto delle procedure e possono intercettare tempestivamente incomprensioni o comportamenti non corretti. È utile analizzare anche quasi infortuni, errori ricorrenti e segnalazioni, perché possono evidenziare problemi di comunicazione prima che si verifichi un evento più grave.
La tecnologia può supportare questo processo attraverso procedure consultabili da smartphone, contenuti visuali e multilingue e sistemi digitali per tracciare formazione e addestramento. La sicurezza inclusiva diventa così parte dell’organizzazione aziendale: assicurare che tutti comprendano rischi e procedure significa aumentare l’efficacia della prevenzione, favorire la partecipazione dei lavoratori e ridurre le condizioni che possono contribuire al verificarsi di infortuni.


