La sicurezza sul lavoro deve tenere conto anche degli effetti prodotti dal cambiamento climatico sulle condizioni in cui vengono svolte le attività lavorative. Il Dlgs 81/2008 stabilisce, all’art. 17, l’obbligo non delegabile del datore di lavoro di effettuare la valutazione dei rischi e, all’art. 28, prevede che questa debba riguardare tutti i rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori. In questo quadro rientrano anche le condizioni ambientali che possono incidere sull’esposizione durante l’attività lavorativa. I dati europei evidenziano una crescente rilevanza del fenomeno: il 33% dei lavoratori dichiara di essere stato esposto, negli ultimi dodici mesi, ad almeno un fattore di rischio collegato al cambiamento climatico.
Il caldo estremo riguarda il 20% dei lavoratori, mentre il 19% segnala problemi legati alla qualità dell’aria, come polveri, fumo o pollini. Seguono l’esposizione intensa alle radiazioni solari, indicata dal 12%, e gli eventi meteorologici estremi, come incendi, alluvioni o siccità, che interessano il 9%.
Sicurezza sul lavoro e rischi climatici nei settori più esposti
La sicurezza sul lavoro assume una particolare rilevanza nelle attività maggiormente esposte alle condizioni ambientali. I rischi non interessano infatti tutti i lavoratori nello stesso modo, ma dipendono dal settore, dalla mansione e dalle modalità con cui viene svolta la prestazione. Le percentuali più elevate di esposizione al caldo estremo riguardano agricoltura, orticoltura, silvicoltura e pesca, dove il fenomeno interessa il 35% dei lavoratori. Seguono le costruzioni, con il 26%, e le attività legate alla fornitura di energia e acqua, alle miniere e alle cave, con il 24%. Anche la tipologia di mansione incide in maniera significativa.
I lavoratori manuali qualificati, semiqualificati e non qualificati risultano maggiormente esposti sia alle temperature elevate sia ai problemi relativi alla qualità dell’aria e alle radiazioni solari. Il cambiamento climatico può inoltre aggravare rischi già presenti nei luoghi di lavoro, aumentando la probabilità di affaticamento, disidratazione, riduzione dell’attenzione e incidenti. Alle conseguenze del caldo si aggiungono quelle connesse a eventi meteorologici improvvisi, incendi, condizioni atmosferiche estreme e peggioramento della qualità dell’aria, rendendo necessaria una valutazione che consideri le caratteristiche specifiche di ogni attività.
La prevenzione richiede organizzazione, formazione e protezione
Le imprese devono integrare i rischi climatici nella gestione ordinaria della prevenzione, adottando misure proporzionate alle condizioni di lavoro e alle esposizioni effettive. La valutazione deve considerare, tra gli altri fattori, le temperature, gli orari di lavoro, l’intensità dello sforzo fisico, l’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale, le condizioni dei luoghi di lavoro e le caratteristiche delle mansioni.
Tra le misure più diffuse rientrano la modifica dell’organizzazione del lavoro, attraverso orari più flessibili, pause regolari e rotazione delle attività. Il 58% dei lavoratori europei segnala la presenza di interventi di questo tipo nella propria realtà lavorativa. Il 54% indica inoltre la disponibilità di misure tecniche o protettive, come sistemi di raffrescamento, isolamento termico o dispositivi adeguati alle condizioni climatiche. Rimane invece più limitata la formazione specifica: solo il 30% dei lavoratori riferisce di ricevere informazioni o formazione sulla gestione del caldo e degli altri rischi climatici.
Per le imprese diventa quindi essenziale intervenire non soltanto durante le emergenze, ma attraverso una prevenzione programmata, aggiornando la valutazione dei rischi e organizzando il lavoro in funzione delle condizioni ambientali prevedibili. La gestione dei rischi climatici deve diventare parte integrante delle misure adottate per tutelare la salute dei lavoratori e garantire la continuità delle attività aziendali.


