Il rischio chimico negli ambienti di lavoro è disciplinato dal Titolo IX, Capo I, del Dlgs 81/2008, che impone al datore di lavoro di individuare gli agenti chimici pericolosi presenti e di valutarne gli effetti sulla salute e sulla sicurezza. L’articolo 223 richiede di considerare le proprietà pericolose delle sostanze e delle miscele, le informazioni contenute nelle schede di dati di sicurezza, il livello, il tipo e la durata dell’esposizione, le circostanze in cui si svolge il lavoro e gli eventuali valori limite di esposizione professionale.
La valutazione deve comprendere anche le attività di manutenzione, pulizia, movimentazione dei contenitori e gestione delle emergenze, nelle quali il rischio può aumentare rispetto alle condizioni ordinarie. Il nuovo approfondimento tecnico pubblicato dall’INAIL richiama l’importanza di integrare gli obblighi di legge con metodi di misurazione condivisi. In questo quadro assumono particolare rilievo la UNI EN 689:2019, dedicata alla valutazione dell’esposizione per inalazione, e la UNI EN 482:2021, relativa ai requisiti delle procedure di misura. Il quadro è stato inoltre aggiornato dal Dlgs 135/2024, che ha esteso specifiche tutele alle sostanze tossiche per la riproduzione, inserendole nella disciplina già prevista per gli agenti cancerogeni e mutageni.
Rischio chimico: dalla stima preliminare alle misurazioni
La valutazione del rischio chimico non può limitarsi alla presenza formale di etichette, schede di sicurezza o elenchi di prodotti. Il percorso deve iniziare dal censimento degli agenti chimici utilizzati, prodotti o liberati durante le lavorazioni, comprendendo polveri, fumi, vapori, aerosol e sostanze generate dai processi. Occorre quindi individuare i gruppi di lavoratori che svolgono attività simili e che possono essere esposti in condizioni confrontabili, tenendo conto della frequenza delle operazioni, dei quantitativi impiegati, della durata dei compiti e dell’efficacia degli impianti di aspirazione. Devono essere considerate anche le diverse vie di assorbimento, poiché l’esposizione può avvenire per inalazione, contatto cutaneo o ingestione accidentale.
La UNI EN 689:2019 propone una strategia strutturata che parte dalla valutazione preliminare e, quando necessario, prosegue con misurazioni rappresentative dell’esposizione personale. I risultati devono essere confrontati con i valori limite applicabili attraverso criteri che offrano un adeguato livello di affidabilità. Una singola misurazione isolata può non descrivere correttamente la situazione, perché concentrazioni e modalità operative variano nel tempo. La valutazione deve quindi considerare le condizioni peggiori ragionevolmente prevedibili ed essere riesaminata quando cambiano sostanze, impianti, procedure, quantità utilizzate o organizzazione del lavoro.
Le misure aziendali per ridurre l’esposizione dei lavoratori
Le imprese devono tradurre la valutazione dell’esposizione in misure tecniche, organizzative e procedurali verificabili. L’articolo 225 del Dlgs 81/2008 prevede, quando il rischio non può essere eliminato, la sostituzione degli agenti più pericolosi e l’adozione di sistemi chiusi, aspirazioni localizzate, ventilazione, procedure corrette e dispositivi di protezione individuale adeguati. Il monitoraggio dell’aria deve essere progettato da personale competente, utilizzando strumenti e metodi idonei alle sostanze ricercate e alle condizioni reali di lavoro.
Le imprese devono inoltre controllare periodicamente l’efficienza delle misure adottate, aggiornare il documento di valutazione dei rischi e assicurare una formazione coerente con le mansioni effettive. I lavoratori devono conoscere i pericoli, le modalità di utilizzo dei prodotti, le procedure in caso di sversamento e i limiti dei DPI. Nei casi previsti devono essere attivate la sorveglianza sanitaria e la collaborazione con il medico competente, anche per interpretare correttamente eventuali segnali di esposizione.
Una valutazione accurata consente di prevenire effetti acuti e cronici, individuare tempestivamente situazioni non conformi e documentare le scelte di prevenzione. Il punto centrale non è soltanto verificare il rispetto di un limite numerico, ma comprendere come l’esposizione si genera e mantenerla al livello più basso tecnicamente possibile.


