Preposto anche senza anzianità o da apprendista: quando è possibile?

Preposto anche senza anzianità o da apprendista: quando è possibile?

L’Ispettorato Nazionale del Lavoro e la Conferenza delle Regioni hanno chiarito che un lavoratore con breve anzianità (anche solo 12 mesi) o un apprendista può validamente ricoprire il ruolo di preposto, a condizione che dimostri competenze reali e poteri operativi concreti (leggi circolare). Non esistono infatti restrizioni normative basate sul tipo di contratto o sull’esperienza: ciò che conta è la capacità effettiva di vigilanza e intervento.

La normativa vigente – in particolare il Testo Unico sulla sicurezza – non impone requisiti anagrafici o contrattuali per il preposto. Il datore di lavoro deve selezionare la persona in base alle sue reali capacità, in linea con il principio di tutela della salute e della sicurezza sul lavoro. L’importanza pratico-operativa della nomina include anche la verifica da parte degli organi ispettivi dell’effettiva formazione, delle competenze e dell’autonomia decisionale del soggetto, soprattutto in ruolo tecnico-operativi o ad alto rischio.

Una sentenza della Corte di Cassazione (Penale, Sez. IV, n. 6790/2024) ha chiarito ulteriormente che l’equiparazione tra apprendistato e inidoneità al ruolo non trova riscontro normativo: l’inidoneità, se esiste, deve essere motivata con riferimento a carenze reali, non alla sola qualifica giuslavoristica.

Crescita degli infortuni nel settore dei servizi: focus sul fenomeno in itinere

Crescita degli infortuni nel settore dei servizi: focus sul fenomeno in itinere

Il settore dei servizi alle imprese, che impiega circa un milione e mezzo di lavoratori, per la maggior parte occupati in micro imprese (92,7 %), ha registrato nel 2024 un aumento significativo delle denunce per infortunio e malattia professionale. Secondo i dati INAIL, le denunce per infortunio sono passate da 24.225 del 2020 a 29.824 del 2024, con un incremento del 23,1 % in quattro anni e un +3,6% rispetto al 2023. La crescita riguarda sia gli incidenti avvenuti in occasione di lavoro (+16,1 %) sia, in maniera ancora più marcata, quelli in itinere (+51,2 %). Nel periodo 2020-2024, gli infortuni in itinere hanno rappresentato in media il 23,1 % del totale delle denunce nel settore.

Distribuzione territoriale e caratteristiche demografiche

L’analisi territoriale mostra una concentrazione prevalente degli infortuni nel Nord-Ovest (32,0 %), seguito dal Nord-Est (27,4 %), dal Centro (23,9 %), dal Sud (11,0 %) e dalle Isole (5,7 %). Le regioni con i valori più elevati sono Lombardia (20,2 %), Emilia-Romagna (12,9 %), Lazio (11,7 %), Veneto (9,9 %), Toscana (9,0 %) e Piemonte (8,0 %). Dal punto di vista demografico, i lavoratori uomini denunciano il 58,7 % degli infortuni, le donne il 41,3 %, con un’età media rispettivamente di 43 e 46 anni. Le cause principali degli infortuni, rilevate nel triennio 2022-2024, sono i movimenti del corpo sotto sforzo fisico (25,8 %), le cadute e gli scivolamenti (22,6 %), i movimenti senza sforzo fisico (19,1 %) e la perdita di controllo di macchine o attrezzature (18,2 %). Seguono rotture o cadute di materiali (6,8 %) e aggressioni o atti di violenza (5,4 %).

Morti sul lavoro e malattie professionali

Nel quinquennio 2020-2024 sono stati denunciati complessivamente 367 decessi nel settore dei servizi alle imprese. Di questi, il 73,3 % è avvenuto in occasione di lavoro e il 26,7 % in itinere. Nel 2024 i casi sono stati 70, in lieve calo rispetto all’anno precedente. Parallelamente, le malattie professionali denunciate hanno registrato un incremento del 122,4 %, passando da 1.227 del 2020 a 2.729 del 2024. Le patologie più diffuse riguardano il sistema osteomuscolare e il tessuto connettivo (78,0 %), con particolare incidenza di dorsopatie e disturbi dei tessuti molli. Seguono le malattie del sistema nervoso (16,1 %) e quelle dell’orecchio (3,8 %). Le fasce di età più colpite sono 50-54 anni (28,3 %), 55-59 anni (26,1 %) e 45-49 anni (19,3 %). Dal punto di vista territoriale, il Centro registra il 44,4 % delle denunce, seguito dal Nord-Est (28,6 %), dal Nord-Ovest (12,7 %), dal Sud (8,5 %) e dalle Isole (5,8 %). Tra le regioni spicca la Toscana, con il 25,0 % delle denunce di malattia professionale.

Modelli di gestione e prevenzione

Per contrastare la crescita degli infortuni e delle malattie professionali, un ruolo centrale è attribuito ai Modelli di Organizzazione e Gestione per la salute e la sicurezza sul lavoro (Mog-Ssl). L’INAIL promuove l’asseverazione di tali modelli come strumento utile a ridurre i rischi e migliorare la prevenzione. Le imprese che adottano il Mog-Ssl possono beneficiare di incentivi economici, come i finanziamenti dei bandi ISI o la riduzione dei premi assicurativi tramite il modello OT23. Nel settore delle costruzioni, inoltre, la patente a punti prevede crediti aggiuntivi per le imprese che adottano volontariamente questi modelli, premiando concretamente l’impegno nella gestione della sicurezza.

Green jobs: come gestire i rischi emergenti per la sicurezza

Green jobs: come gestire i rischi emergenti per la sicurezza

La transizione verso un modello economico sostenibile ha favorito la diffusione dei cosiddetti lavori verdi o green jobs. Si tratta di professioni legate alla tutela dell’ambiente, al ripristino degli ecosistemi, alla riduzione del consumo di energia e materie prime, nonché alla minimizzazione dei rifiuti e dell’inquinamento. Queste attività rappresentano uno dei pilastri della cosiddetta green economy, che punta a coniugare sviluppo economico e sostenibilità ambientale. La spinta verso i lavori verdi è sostenuta dalle politiche europee, come gli obiettivi 20-20-20 su clima, rinnovabili ed efficienza energetica, e dal percorso a lungo termine che guarda al 2050 come traguardo per la decarbonizzazione e l’uso efficiente delle risorse.

Rischi emergenti nelle nuove professioni sostenibili

L’introduzione di nuove tecnologie e processi legati alla sostenibilità comporta anche scenari di rischio inediti. L’idea che un lavoro verde sia automaticamente privo di pericoli è fuorviante: spesso, proprio le attività collegate alla sostenibilità generano combinazioni complesse di rischi. Un esempio evidente è l’installazione dei pannelli solari, che unisce il rischio elettrico a quello da lavoro in quota. La diffusione di queste nuove professioni richiede quindi un aggiornamento delle conoscenze in materia di salute e sicurezza sul lavoro, poiché i rischi non scompaiono ma cambiano forma e modalità di manifestazione. In molti casi, la compresenza di più figure professionali con competenze diverse nello stesso contesto operativo aumenta ulteriormente l’esposizione a potenziali pericoli.

Strategie di prevenzione e implicazioni organizzative

La gestione dei rischi nei lavori verdi richiede un approccio mirato che coinvolga più aspetti: valutazione dei pericoli specifici, formazione continua e aggiornamento delle competenze tecniche. È fondamentale che i datori di lavoro e i responsabili della sicurezza considerino che l’innovazione tecnologica porta con sé anche nuovi rischi, che devono essere identificati e valutati caso per caso. L’adozione di misure preventive deve includere sia soluzioni organizzative sia misure tecniche, con priorità a quelle collettive rispetto a quelle individuali. Nei lavori come l’installazione di impianti fotovoltaici o la manutenzione di sistemi ecocompatibili, diventa essenziale un coordinamento stretto tra professionisti con competenze diverse, oltre a un’adeguata formazione sui rischi specifici. Solo un approccio integrato consente di garantire che la sostenibilità ambientale si accompagni a un’effettiva tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori.

Movimentazione manuale dei carichi: quadro normativo e responsabilità

Movimentazione manuale dei carichi: quadro normativo e responsabilità

La movimentazione manuale dei carichi è una delle attività più comuni nei luoghi di lavoro ed è regolata dal DLgs 81/2008, Titolo VI. La normativa non stabilisce un limite di peso assoluto valido in ogni situazione, ma impone al datore di lavoro l’obbligo di valutare il rischio e di adottare misure di prevenzione volte a proteggere i lavoratori da patologie e infortuni, in particolare quelli a carico del sistema muscolo-scheletrico e della colonna vertebrale.

l decreto richiama inoltre il principio generale secondo cui devono essere privilegiate soluzioni organizzative e tecniche per ridurre al minimo la necessità di movimentazione manuale, prevedendo l’uso di ausili meccanici e la formazione adeguata del personale. L’articolo 168 sottolinea la necessità di identificare le condizioni in cui la movimentazione comporta rischi specifici, mentre l’allegato XXXIII individua i principali fattori da considerare, come peso, ingombro, postura e caratteristiche dell’ambiente di lavoro.

Limiti indicativi di peso e differenze per età e sesso

Pur non essendoci un valore unico stabilito dalla legge, esistono limiti indicativi utilizzati a livello tecnico e sanitario. Per un uomo adulto in condizioni ideali il peso massimo sollevabile può arrivare a 25 chilogrammi, mentre per una donna adulta il limite consigliato è di 15 chilogrammi. Se il sollevamento è ripetuto o frequente, i valori raccomandati scendono rispettivamente a 19 e 11 chilogrammi. Per i lavoratori adolescenti, i limiti sono più bassi: 19 chilogrammi per i maschi e 12 per le femmine in caso di sollevamenti occasionali, con ulteriori riduzioni per le attività ripetute. Un discorso a parte riguarda le lavoratrici in gravidanza: fino al sesto mese il limite consigliato è di 10 chilogrammi, mentre dal settimo mese in poi il sollevamento è vietato. Questi valori vanno interpretati come indicazioni di massima, che devono essere adattate al contesto specifico tenendo conto di postura, modalità di presa, distanza del carico dal corpo, altezza del sollevamento e frequenza del gesto.

Valutazione ergonomica e prevenzione dei rischi

La gestione sicura della movimentazione manuale non può limitarsi a controllare il peso del carico. È indispensabile un’analisi ergonomica complessiva che consideri la frequenza dei movimenti, la durata dell’attività, le condizioni ambientali e l’eventuale presenza di fattori aggravanti come superfici irregolari, spazi ristretti o necessità di torsioni del busto.

Il DLgs 81/2008 impone al datore di lavoro di ridurre al minimo i rischi adottando misure organizzative, fornendo attrezzature idonee e garantendo una sorveglianza sanitaria periodica ai lavoratori esposti.

Per la valutazione si utilizzano diversi metodi riconosciuti, come il metodo NIOSH per il sollevamento, il metodo Snook & Ciriello per spinta e traino e il metodo OCRA per i movimenti ripetitivi. L’adozione di buone pratiche ergonomiche, unita a formazione e addestramento, rappresenta la chiave per ridurre patologie diffuse come lombalgie, ernie del disco e disturbi muscolo-scheletrici, tra le principali cause di assenza dal lavoro. La prevenzione, quindi, non è solo un obbligo normativo, ma un investimento in produttività e benessere dei lavoratori.

Sicurezza nelle attività sanitarie esposte ad agenti infettivi

Sicurezza nelle attività sanitarie esposte ad agenti infettivi

Le attività sanitarie comportano un elevato rischio biologico, in particolare quando si tratta di agenti infettivi classificati nel gruppo 3. Con il D.L. 7 ottobre 2020, n. 125, che ha recepito la direttiva europea 2020/739, il virus SARS-CoV-2 è stato inserito nell’allegato XLVI del DLgs 81/2008 come agente biologico di gruppo 3. Questo aggiornamento ha rafforzato l’importanza delle misure di prevenzione e protezione da adottare nelle strutture sanitarie, dove l’esposizione ad agenti infettivi è quotidiana.

Secondo l’articolo 15 del DLgs 81/2008, il datore di lavoro deve predisporre tutte le misure necessarie sulla base delle conoscenze scientifiche e tecniche più aggiornate, mentre l’articolo 18, comma 1, lettera z), impone di aggiornare tali misure in relazione al progresso tecnologico e scientifico. Inoltre, l’articolo 272 ribadisce la priorità delle misure collettive rispetto a quelle individuali per ridurre al minimo i rischi di esposizione.

Priorità alle misure collettive negli ambienti sanitari

La protezione collettiva rappresenta il primo livello di difesa nelle attività sanitarie che espongono al rischio di agenti infettivi. Tra le soluzioni più efficaci vi sono gli ambienti a pressione controllata, tipici dei laboratori BSL-3 e delle aree di isolamento, che garantiscono un contenimento sicuro attraverso sistemi di ventilazione con ricambi d’aria calibrati. Queste misure strutturali devono essere accompagnate da protocolli organizzativi rigorosi, che comprendono procedure di accesso controllato, sistemi di monitoraggio dei parametri ambientali e percorsi dedicati per il personale sanitario.

La valutazione dei rischi deve guidare la scelta delle soluzioni più adatte, adattandole al tipo di attività svolta e alle caratteristiche delle strutture. Solo dopo aver adottato tutte le misure collettive necessarie, si può ricorrere ai dispositivi di protezione individuale come ulteriore barriera di sicurezza.

Dispositivi di protezione individuale e obblighi gestionali

I dispositivi di protezione individuale (DPI) rivestono un ruolo essenziale nei contesti sanitari, soprattutto quando le misure collettive non eliminano del tutto il rischio. Mascherine filtranti, guanti, camici impermeabili, visiere e protezioni oculari devono essere selezionati in base all’attività da svolgere e garantire un livello di protezione adeguato.

La responsabilità della loro fornitura, formazione all’uso e corretta manutenzione spetta al datore di lavoro, che deve operare in stretta collaborazione con il Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione, il Medico Competente e i Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza. L’efficacia delle misure va bilanciata con la praticità operativa, affinché i lavoratori possano svolgere le proprie mansioni senza ostacoli eccessivi.

Le strutture sanitarie, inoltre, sono chiamate a investire in tecnologie innovative per la disinfezione, la filtrazione e la gestione degli ambienti, strumenti sempre più cruciali per ridurre il rischio di infezioni correlate all’assistenza, una delle complicanze più gravi e frequenti nelle pratiche cliniche.

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