edilizia

Edilizia, 524 infortuni all’anno per temperature estreme. Lo studio Inail

È stato condotto dall’Inail uno studio con l’obiettivo di stimare gli effetti delle temperature estreme sugli infortuni occupazionali nel settore dell’edilizia in Italia. Si tratta del primo studio di dimensione nazionale condotto nel nostro Paese su questo tema ed ha riguardato 184.936 infortuni sul lavoro riconosciuti dall’Inail nel periodo 2014-2019.

Sono 524 per anno gli infortuni occupazionali stimati in edilizia

La serie storica giornaliera delle temperature ad alta risoluzione è stata utilizzata per l’analisi dell’esposizione. I risultati stimano 524 infortuni occupazionali per anno in edilizia, attribuibili all’esposizione a temperature estreme, con una variabilità dei rischi in relazione all’età (maggiori nei lavoratori giovani per il caldo). Lo studio è valorizzato dall’uso delle variabili Esaw (European statistics on accidents at work) che permettono di collegare l’infortunio alle condizioni in cui è avvenuto: il tipo di luogo, il tipo di lavoro, l’attività fisica specifica, l’agente materiale dell’attività fisica specifica e la deviazione.

Muratori e idraulici sono lavoratori a rischio

Questo ha permesso di identificare i cantieri e i siti industriali come luoghi a rischio, i muratori e gli idraulici come mansioni a rischio, così come le lavorazioni con utensili, l’uso di macchinari e il maneggio di oggetti, attività fisiche soggette a rischio per alte temperature.

Lo studio ha inoltre evidenziato che le ondate di calore accentuano il rischio di infortunio a seconda della intensità del fenomeno.



settore energia

Settore energia, 5mila infortuni dal 2017 al 2021

Il nuovo numero di Dati Inail dedica un approfondimento al settore energia. Nel 2021 le aziende del comparto assicurate con l’Inail erano circa quattromila, per un totale di 117mila addetti, l’84% dei quali occupati nella fornitura dell’elettricità, il 12% in quella del gas e il rimanente 4% in quella del vapore e dell’aria condizionata.

Tra il 2017 e il 2021 denunciati circa cinquemila infortuni nel settore dell’energia

Nel quinquennio 2017-2021 sono stati denunciati circa 5mila infortuni: due terzi nella divisione della produzione, trasmissione e distribuzione di energia elettrica; più di un quarto in quella del gas e i restanti nell’erogazione di vapore e aria condizionata. Trattandosi di un settore che occupa principalmente uomini, oltre l’80% delle denunce riguarda il genere maschile.

Le professioni più coinvolte, con oltre un terzo dei casi (1.710), sono quelle degli elettricisti (installatori, manutentori di impianti e riparatori di linee elettriche, di distribuzione, tiralinee), dei tecnici addetti alla distribuzione sia dell’energia elettrica che del gas e dei tecnici addetti alla produzione di energia termica ed elettrica. I casi mortali denunciati tra il 2017 e il 2021 sono stati 18 (14 nella sola divisione della fornitura di energia elettrica), di cui 10 hanno riguardato i lavoratori di età compresa tra i 49 e i 59 anni e cinque quelli tra i 60 e i 65 anni.

Le cause e le conseguenze più frequenti degli infortuni nel settore energia

Le cause di infortunio nel settore energia sono molteplici, come impianti e installazioni che non presentano una sufficiente protezione da folgorazione, cavi sotto tensione non isolati o non adeguatamente segnalati, il non rispetto della distanza di sicurezza dai sistemi sotto tensione o il cattivo stato di macchinari e impianti.

Dei 2.739 casi avvenuti in occasione di lavoro e accertati positivamente, un terzo ha causato delle lussazioni, un quarto delle contusioni e circa un sesto delle fratture. Per la peculiarità delle attività svolte, gli organi maggiormente colpiti da lesioni sono la mano (500 casi), la colonna vertebrale (344) e le estremità degli arti inferiori: ginocchio (284) e caviglia (278).

Il focus sulla sicurezza negli impianti a rischio di incidente rilevante nel settore energia

Il nuovo numero del periodico statistico dell’Istituto comprende anche un focus dedicato alla normativa che regola il settore degli impianti a rischio di incidente rilevante nel settore energia, tra cui rientrano tra l’altro la maggior parte delle raffinerie come pure i depositi di Gpl o gas naturale con uno stoccaggio superiore a 50 tonnellate, che è l’unico in cui è previsto l’obbligo di legge di adottare un sistema di gestione per la sicurezza.

A seguito del tragico incidente di Seveso del luglio 1976, la Comunità europea decise di avviare una politica comune per evitare che potessero ripetersi incidenti dalle conseguenze così devastanti per gli abitanti e per l’ambiente circostante.

Nacque così la direttiva 82/501/CEE (la cosiddetta Direttiva Seveso I), seguita nei decenni successivi da altre direttive che hanno introdotto anche il principio della necessità di un approccio gestionale, e non solo basato sulla sicurezza impiantistica, per prevenire gli incidenti rilevanti.

disinfezione

Disinfezione negli ambienti sanitari contro il rischio biologico

Il periodo della pandemia da Covid-19 ha messo maggiormente in luce la necessità di attuare una corretta attività di disinfezione degli ambienti sanitari, attraverso l’impiego di impianti, dispositivi, apparecchiature o manualmente.

La possibilità di contrarre una malattia infettiva in seguito all’esposizione ad agenti biologici durante lo svolgimento del proprio lavoro in strutture ospedaliere e socioassistenziali, rappresenta infatti un pericolo molto concreto.

Gli strumenti di contrasto delle infezioni si sono dimostrati d’importanza fondamentale per contenere e limitare il diffondersi di patologie infettive negli spazi adibiti a cura, diagnosi ed assistenza dei pazienti.  

Incremento delle infezioni lavorative in ambito sanitario

 Il fact sheet segnala l’incidenza crescente delle Infezioni Correlate all’Assistenza (Ica) nel numero dei decessi nella Sanità, che si attestavano anche nel periodo precedente la pandemia intorno alle 10 mila unità all’anno a livello nazionale, come riportato dai dati del Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie (ECDC).

Le Ica possono coinvolgere sia gli operatori che qualsiasi tipologia di utenti delle strutture sanitarie ed assistenziali. L’aumento di tali infezioni è strettamente legato alla difficoltà di debellare gli agenti infettivi responsabili, che risultano resistenti anche ai farmaci di ultima generazione.  

La valutazione del rischio biologico nella normativa vigente

L’esposizione ad agenti patogeni è un pericolo correlato all’esercizio delle attività clinico-diagnostiche, terapeutiche, assistenziali e sociosanitarie. Gli articoli 271 e 272 del decreto legislativo n.81 del 2008 prevedono di individuare le condizioni di rischio di esposizione ad agenti biologici nell’ambiente di lavoro per i diversi soggetti coinvolti. Tale valutazione è intesa come uno strumento necessario per l’identificazione e l’attuazione delle misure di prevenzione e protezione.

La scelta dell’idonea attività di disinfezione

Tra le attività di sicurezza, la disinfezione è quella prioritaria per la tutela della salute delle persone presenti nelle strutture sociosanitarie. È necessario, quindi, individuare la modalità più adeguate di decontaminazione dei dispositivi e degli impianti presenti negli ambienti sanitari. Inoltre, è richiesto di dimostrare la verifica di efficacia delle procedure di disinfezione effettuate in relazione ai diversi fattori di rischio biologico.

Una panoramica sulle modalità di decontaminazione di impianti e dispositivi

La nota contiene una descrizione accurata delle diverse modalità di attuazione della disinfezione, intesa come misura di sicurezza, per gli endoscopi, per l’impianto idrico e per la decontaminazione dell’aria in ambienti confinanti nelle strutture di cura.

Nel trattare tali argomenti, il documento si sofferma non solo sull’esposizione tecnico-scientifica delle procedure, ma anche sull’innovazione tecnologica e sugli adempimenti previsti dalla normativa europea e nazionale vigente.

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Covid-19

Sanitari vittime del Covid-19, le regole Inail per la concessione dell’indennità ai familiari

Ai familiari delle vittime per contagio da Covid-19 che hanno contratto il virus nell’esercizio dell’attività sanitaria lavorativa durante il periodo emergenziale spetta un’indennità speciale una tantum.

L’articolo 22-bis del decreto n.18 del 17 marzo 2020, convertito con modificazioni dalla legge n.271 del 24 aprile 2020, ha previsto l’istituzione di un fondo destinato alla corresponsione di speciali elargizioni a favore dei familiari superstiti degli esercenti le professioni sanitarie, di assistente sociale e degli operatori socio-sanitari deceduti a causa del contagio da Covid-19

A tal proposito, con la circolare del 3 gennaio, l’INAIL fornisce indicazioni relative all’erogazione delle indennità a favore degli eredi di medici e infermieri e operatori sociosanitari deceduti a causa del Covid-19, per effetto o come concausa del contagio.

Chi sono i beneficiari

A percepire questa indennità una tantum sono i familiari superstiti delle vittime che hanno contratto la patologia nell’esercizio dell’attività lavorativa, in ambito sanitario, prestata nel periodo emergenziale, cioè dal 31 gennaio 2020 al 31 marzo 2022.

Il decesso deve essere avvenuto entro il 28 dicembre 2022, come causa/concausa del contagio da Covid.

L’elargizione, più precisamente, spetta:

  • al coniuge o alla persona unita civilmente, figli legittimi, naturali o riconosciuti o riconoscibili, adottivi;
  • in mancanza dei superstiti sopra elencati, ai genitori naturali o adottivi.

Come fare domanda per l’indennità familiari vittime di Covid-19

L’istanza per il riconoscimento dell’indennità una tantum deve essere presentata all’INAIL entro il 4 marzo 2023. Alla domanda è necessario allegare la documentazione idonea a comprovare i presupposti previsti per l’erogazione della speciale elargizione.

Le domande devono essere presentate esclusivamente in modalità telematica utilizzando l’apposito servizio online sul sito dell’Inail denominato Speciali elargizioni familiari vittime Covid-19. Si accede con SPID, CIE e CNS.

amianto

Amianto, malattie correlate: online il report Inail 2022

Risale al 1992, trent’anni fa, la legge 257 con cui l’Italia metteva definitivamente al bando l’amianto. Ma le conseguenze dannose che questo agente cancerogeno provoca sulla salute umana sono ancora evidenti, dovute alla lunghezza particolare del processo di sviluppo delle malattie asbesto correlate.

Il periodo di latenza infatti supera generalmente i 25 anni e le patologie conseguenti possono manifestarsi anche a 40 anni dall’esposizione.

Per assicurare una tutela maggiore ai malati affetti da queste patologie, la legge di stabilità 2008 ha istituito presso l’Inail il Fondo per vittime dell’amianto. A beneficiarne sono i titolari di rendita diretta Inail, a cui è stata riconosciuta una patologia asbesto correlata, e i titolari di rendita a superstiti di lavoratori vittime dell’amianto. Nel 2015 i benefici del Fondo sono stati estesi anche ai malati affetti da mesotelioma per esposizione ambientale o familiare. Di recente, la legge di stabilità 2021 ha stabilizzato queste prestazioni.

Vista quindi l’attualità della questione amianto, la Consulenza statistico attuariale (Csa) dell’Inail cura l’aggiornamento periodico dei dati riguardanti questo comparto. Nel report più recente, consultabile sul portale dell’Istituto, sono disponibili i dati sulle malattie asbesto correlate riconosciute dall’Inail nel quinquennio 2017-2021, le rendite erogate, il numero dei beneficiari e le prestazioni una tantum per mesoteliomi di natura non professionale, desunti dagli archivi Open data Inail e dai monitoraggi del Fondo per le vittime dell’amianto.

Più di 1400 lavoratori colpiti da malattie amianto correlate

Dal 2017 al 2021 mediamente ogni anno i lavoratori affetti da patologie da amianto, con riconoscimento dell’origine professionale da parte dell’Inail, sono stati oltre 1400, e poco più di 1700 nel triennio più consolidato 2017-2019.

Il 4% dei riconoscimenti riguarda il genere femminile

Nel 2021 il 28% dei lavoratori affetti da queste patologie risulta deceduto a causa della malattia, mentre nel 2017 la percentuale si attesta al 44%. In pochi anni, osservano i professionisti della Csa, una cospicua parte dei tecnopatici con menomazione permanente compresa tra il 51 e il 100% subisce un aggravamento dei postumi e l’esito diventa mortale.

Confrontando ancora il termine e l’inizio del quinquennio, nel 2021 i lavoratori presenti nella classe di menomazione 51%-100% sono il 28% mentre nel 2017 si attestano al 6%. Sempre in questo periodo, rileva il report dell’Inail, circa il 4% dei riconoscimenti ha riguardato le donne, per le quali la definizione dei postumi si è rilevata più severa.

Nell’anno 2017 il 67% delle lavoratrici sono decedute, l’11% ha registrato una menomazione compresa tra il 51% ed il 100%, e solo il 22% una menomazione inferiore.

Le patologie asbesto correlate più diffuse

Nel triennio 2017-2019 a ricevere il maggior numero di riconoscimenti, con circa 600 casi l’anno, sono stati i tumori maligni di tessuto mesoteliale e dei tessuti molli, pari al 35% delle tecnopatie derivanti dall’esposizione ai minerali d’amianto. A seguire, le altre malattie della pleura con circa 580 casi l’anno (33%).

Le malattie polmonari da agenti esterni e i tumori maligni dell’apparato respiratorio e degli organi intratoracici hanno ricevuto entrambi circa 270 riconoscimenti l’anno, pari al 15%.

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