rischio incendi e facciate

Rischio incendi e facciate: la valutazione dei materiali è fondamentale

L’incendio di Milano, in via Antonini, ha aperto un dibattito nella filiera dell’edilizia sul rischio incendi e su una questione di grande attualità: il retrofitting delle facciate.

Un’interessante intervista comparsa sul Sole24Ore, avente come protagonista Francesco Viero, direttore generale della società Maffeis Engineering, approfondisce il tema del rischio incendi e di quanto sia importante la prevenzione. “A prescindere dall’elemento scatenante e da eventuali concause, la scelta di un materiale coibente combustibile (anziché un materiale autoestinguente) e la mancata realizzazione di barriere tra i vari piani (o il mancato funzionamento delle stesse), ha comportato notevoli danni alle opere, fortunatamente senza danni a persone”.

Un precedente difficile da dimenticare: la Grenfell Tower

Un episodio analogo, costato però la vita a 72 persone, era avvenuto quattro anni fa a Londra, a seguito del terribile incendio che ha colpito la Grenfell Tower di 24 piani. “Due giorni dopo l’incendio – racconta Viero – il governo inglese ha prescritto ai proprietari di edifici a torre di effettuare una verifica dei propri immobili”. Il risultato? 300 di questi presentavano un sistema di facciata similare con pannelli compositi in alluminio e circa 11.300 edifici altre tipologie di materiale combustibile. Di questi ultimi, 1.700 venivano classificati ad alto rischio, da risanare subito.

Il problema non era quindi isolato. Il mondo del real estate ha dovuto fare i conti con i dati e più in generale con la reputation. “Gli investitori e le imprese di costruzione hanno iniziato a programmare interventi di retrofitting ai fabbricati, sviluppando la progettazione e il rifacimento delle facciate esterne, utilizzando materiali e soluzioni tecniche idonee. Le banche – ricorda Viero – hanno iniziato a finanziare solo gli immobili dove le tecnologie rispondevano alle norme e buone regole dell’arte, le compagnie assicurative a emettere polizze solo su fabbricati privi di problematiche accertate, chiedendo nel contempo, per le polizze attive, una due diligence sugli immobili”.

Cosa comporta un’errata valutazione?

“L’errata valutazione, in termini di prestazioni e materiali, comporta incrementi di costo in fase realizzativa e gestionale, e pone rischi all’investitore, al costruttore e all’utilizzatore finale. La vita utile dell’opera, la durabilità, la manutenzione futura sono temi centrali nella progettazione. La costruibilità frutto di una consapevole analisi del valore – commenta Viero – è centrale per il successo di un’operazione immobiliare”. Le ingegnerie non si vedono, al momento costano poco, ma incidono in modo determinante sulla qualità dell’opera, in pronta consegna e nel tempo.


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infortuni sul lavoro

Infortuni sul lavoro: nei primi 6 mesi del 2021 +8,3%, morti in diminuzione

I dati raccolti dall’Inail raccontano gli infortuni sul lavoro e i decessi, dati influenzati inevitabilmente dall’emergenza Covid-19.

I primi sette mesi di quest’anno, sul fronte delle morti bianche, restituiscono un quadro meno drammatico rispetto al 2020: si registra infatti un aumento complessivo delle denunce di infortuni sul lavoro, un decremento di quelle mortali e una risalita delle malattie professionali.

Prendendo i numeri, le denunce di infortunio sul lavoro presentate all’Istituto tra gennaio e luglio sono state 312.762, in crescita dell’+8,3%, rispetto allo stesso periodo del 2020. Quelle con esito mortale sono state 677, in calo del 5,4%: a determinare questo risultato sono state Industria e servizi, l’unica gestione in calo che ha segnato oltre meno 10%.

 In aumento risultano invece le morti bianche in agricoltura e nello Stato. Salgono, infine, le patologie di origine professionale: sono state 33.865, in crescita del 34,4%. Le patologie del sistema osteo-muscolare e del tessuto connettivo, del sistema nervoso e dell’orecchio continuano a rappresentare, anche nei primi sette mesi del 2021, le prime tre malattie professionali denunciate, seguite da quelle del sistema respiratorio e dai tumori.

Qual è la percentuale di decessi in relazione agli infortuni?

Gli infortuni sul lavoro con esito mortale dei primi sette mesi dell’anno sono stati 677, 39 in meno rispetto ai 716 del 2020. Il confronto tra i due anni però richiede molta cautela, come detto. L’aumento delle morti bianche ha riguardato gli infortuni in itinere, passati da 113 a 134, con un aumento del 18,6%.

Le morti sul lavoro sono invece state 60 in meno e sono passate da 30 a 543, con un calo del 10%. In particolare, l’unica gestione in calo si è registrata per industria e servizi, dove le morti bianche sono passate da 630 a 565, in calo del 10,3%. C’è invece stato un aumento per l’agricoltura, passata da 55 a 76 denunce, e per gli statali, passati da 31 a 36.

Numeri relative alle denunce di infortunio

Nel complesso, le denunce di infortunio sul lavoro presentate all’Inail entro luglio sono state quasi 24mila in più rispetto alle 288.873 dei primi sette mesi del 2020. I dati evidenziano un aumento degli infortuni in itinere che sono aumentati del 18,9%. Sono aumentati del 6,9% quelli avvenuti durante il lavoro. Su questi dati pesano sia le chiusure, sia lo smart working. Prendendo i numeri, gli infortuni sul lavoro denunciati sono aumentati del 6,4% nella gestione Industria e servizi, passati dai 249.499 casi del 2020 ai 265.499 del 2021, del 4,4% in agricoltura (da 14.797 a 15.450) e del 29,4% fra gli statali (da 24.577 a 31.813).


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pubblica amministrazione e smart working

Pubblica Amministrazione: il periodo dello smart working sta per terminare

Il ritorno in ufficio dei dipendenti pubblici potrebbe poggiare su un ribaltamento di prospettiva sancito con un correttivo in via di definizione al decreto Green Pass. La presenza fisica sul posto di lavoro tornerebbe a essere la regola e lo smart working ridiventerebbe l’eccezione nella pubblica amministrazione.

Cambia drasticamente lo smart working nella Pubblica Amministrazione, al contrario di quanto stabilito dalle normative che si sono succedute dal febbraio del 2020 per contrastare le ondate epidemiche. A stabilire spazio e modalità del nuovo lavoro agile sarebbero i dirigenti degli uffici, in base alle esigenze organizzative di ogni realtà. Testo e confini dell’emendamento sono in questi giorni allo studio dei tecnici del governo.

Ma il tema è delicato anche per le implicazioni politiche che incrociano le polemiche crescenti con la minoranza più accesa dei no-vax e con le componenti meno inclini al vaccino anche nella maggioranza, oltre alle incognite sull’andamento dei contagi nelle prossime settimane.

Quali sono le intenzioni del Ministro della Pubblica Amministrazione Renato Brunetta?

Il titolare di Palazzo Vidoni aveva già annunciato la volontà di un ritorno diffuso in presenza e ha ripetuto il concetto a più riprese in diversi incontri. Anche ieri, commentando i dati Istat sul Pil, ha voluto ribadire che «questa crescita potrebbe essere addirittura superiore se si ripristinerà la modalità ordinaria di lavoro in presenza, tanto nel pubblico quanto nel privato».

Il lavoro normativo al momento si sta concentrando sulla Pubblica Amministrazione, e dovrà ovviamente passare anche da un’interlocuzione con i sindacati. Il superamento della normativa emergenziale costruita durante il Conte-2 era già stato avviato a fine aprile con il decreto proroghe (Dl 56/2021), che aveva cancellato le percentuali minime di Smart Working (50%, salito poi al 60%) da assicurare ai dipendenti impegnati in attività nelle quali la presenza non è imprescindibile.

Ma i primi monitoraggi hanno indicato che l’addio alle soglie minime, e la subordinazione del lavoro agile alla condizione che «l’erogazione dei servizi rivolti a cittadini ed imprese avvenga con regolarità, continuità ed efficienza», non ha modificato in modo significativo l’organizzazione nelle Pubblica Amministrazione, che è rimasta dominata dal lavoro a distanza anche in alcuni rami centralissimi dell’amministrazione.

Cosa comporterebbe questo cambio di paradigma?

Ciò aiuterebbe a superare una serie di resistenze, riducendo a dimensioni più fisiologiche il lavoro a distanza, che rimarrebbe in campo, nella modalità semplificata (senza preventivo accordo individuale) prevista fino al 31 dicembre, in attesa della regolazione contrattuale nei rinnovi in arrivo (domani ripartono le trattative sulle Funzioni centrali, il 7 sulla sanità).

Cruciale è però il corollario legato al Green Pass. Perché l’idea, rilanciata anche dal ministro della Salute Speranza, è di imporre il certificato verde ai dipendenti pubblici in presenza, come accade nella scuola. La mossa ne implica però un’altra, e cioè la definizione di controlli e sanzioni, che deve affrontare anche il rischio di un’ondata di permessi come quella temuta nelle scuole.


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mensa aziendale

Mensa aziendale e green pass: da oggi un’importante novità per i lavoratori

Dal 23 agosto per accedere alla mensa aziendale sarà necessario il green pass. È un tema divisione affrontato dalle aziende in modo diverso e molto spesso… creativo.

Tra aziende alle prese con il tema del green pass in mensa aziendale, alcune si sono già attivate con alternative per gli sprovvisti del certificato vaccinale, con lunch box o delivery da consumare all’esterno o in appositi spazi. Altre, invece, soprattutto le più piccole, continueranno temporaneamente a seguire le regole del Protocollo di sicurezza: turni, plexiglass, tavoli sanificati e distanziati. Le soluzioni via via trovate sono state divisive anche all’interno delle associazioni datoriali.

Cosa dicono di preciso le Faq?

Come risulta dalle Faq i refettori o la mensa aziendale dovrebbero essere bandite a chi è sprovvisto di green pass perché il Protocollo “impone regole rigide sulla compresenza in spazi comuni, imponendo comunque sempre la mascherina”. Tra le aziende ad aver adottato alternative per i lavoratori senza certificazione, la Hanon Systems di Campiglione Fenile (Torino) è stata la prima a montare la tenda esterna destinata a chi non ha il pass.

Mediaset, Leonardo, Enel, Rai, Barilla stanno invece cercando soluzioni condivise con i sindacati per chi non può accedere alla mensa. Ci sono, inoltre, aziende che si oppongono fermamente all’obbligo del green pass in mensa e altre che sono andate oltre le Faq del Governo e che impongono la certificazione a tutti i dipendenti per entrare in azienda (o in alternativa un tampone rapido ogni 72 ore).

Tra le prime rientra il gruppo Coesia di Bologna, una multinazionale del packaging, che in mensa accetta tutti i dipendenti, senza distinguere tra chi ha o non ha il green pass, perché ritiene la “coesione” dei lavoratori un valore da “tutelare” tanto quanto la loro salute e contro ogni “discriminazione”.


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INL controlli

INL: cambiano i controlli per contrastare il lavoro nero e gli infortuni

L’INL (Ispettorato Nazionale del Lavoro) cambia strategia: ispezioni basate su intelligence, controlli mirati nelle aziende, incrocio banche dati, struttura decentralizzata.

Fermare l’escalation degli incidenti sul lavoro ed il sommerso, statisticamente legato a doppio nodo alla recrudescenza degli infortuni: è questo l’obiettivo dichiarato dell’INL. Tra nuove task force e campagne ispettive mirate a livello regionale ad esempio con il progetto di vigilanza A.L.T. Caporalato!), è partita la lotta al caporalato e alle violazioni in materia di sicurezza sul lavoro. E per rendere le ispezioni più efficaci e selettive, sono in arrivo presso l’INL 2.000 nuovi ispettori, di cui almeno 800 entro fine 2021. Inoltre, si punta sull’ “interoperabilità delle banche dati con gli altri enti di vigilanza (INPS e INAIL) e con le ASL, nonché su una struttura ispettiva tanto centralizzata quanto territoriale.

I dati INAIL che hanno portato al cambio di rotta

Nel primo semestre dell’anno, si sono verificati ben 538 infortuni mortali (dati INAIL), ed il settore dove incorrono più incidenti è quello dell’edilizia, dove si registrano anche le maggiori irregolarità contrattuali. Irregolarità e lavoro nero si segnalano però soprattutto nelle zone a più alta attività produttiva, nel Centro e nel Nord, soprattutto tra le PMI. Dunque, non solo Agricoltura e Costruzioni ma anche Logistica e Delivery, nel Manifatturiero, Alberghiero e Ristorazione.

Il lavoro nero in Italia genera un business di 77,8 miliardi di euro di valore aggiunto, secondo le elaborazioni dell’Ufficio studi della CGIA. La situazione più critica si registra in Calabria: a fronte di 135.900 lavoratori irregolari, il tasso di irregolarità è del 22% per un’incidenza economica del 9,8%. Male anche Puglia (7,1%), Sicilia (7,8%) e Campania (8,5%). Di contro, anche se la Lombardia presenta oltre 504mila occupati in nero (10,4%), è la regione con il tasso più basso di valore aggiunto prodotto dal lavoro irregolare sul totale regionale (3,6%). Seguono Veneto, provincia di Bolzano, Friuli Venezia Giulia, Piemonte ed Emilia Romagna (PIL tra il 3,7 ed il 4% del fatturato).


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