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Sicurezza lavoro, torna l’idea della patente a punti. Stop ad aziende non a norma

Incontro tra Draghi, Orlando e alcuni sindacati dei lavoratori anche in vista di un Protocollo di attuazione del Pnrr

Un più efficace sistema di formazione per imprenditori e dipendenti, rafforzamento delle misure di prevenzione, maggiori controlli e inasprimenti delle sanzioni, con oltre 2 mila ispettori da assumere.

Questi i punti chiave della ‘nuova’ sicurezza sul lavoro così come discussa ieri (28 settembre) in un incontro tra governo e alcuni sindacati dei lavoratori. L’auspicio, in tal senso, è che il governo attui un maggiore coinvolgimento delle altre sigle più rappresentative, poiché già dal prossimo Tavolo il tema sarà la costruzione di un Protocollo per l’attuazione del Pnrr.

Sempre in merito alle sanzioni, c’è l’impegno dell’esecutivo per un decreto che preveda un più immediato stop all’attività aziendale ove si registrino determinate violazioni degli obblighi sulla sicurezza, in attesa della messa a norma.

“Un incontro molto utile per fissare un metodo di lavoro”, la considerazione del premier Mario Draghi, presente – tra gli altri – con il ministro del Lavoro Andrea Orlando e il titolare della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta.

Tra i tasselli dell’incontro, la volontà di rendere interoperabili le diverse banche dati degli organi che si occupano di sicurezza sui luoghi di lavoro (Inl, Inail, Inps, Regioni, Asl), così da creare una banca dati centrale sugli infortuni. Utile, secondo i presenti, pure in riferimento al passaggio di informazioni sulle sanzioni irrogate.

Spazio, in tal senso, anche all’ipotesi di introduzione di una patente a punti per premiare le imprese, che permetta la partecipazione ai bandi solo a quelle virtuose nella sicurezza. Una eventualità, questa, simile a quella emersa per l’edilizia a inizio 2020 (era ministro del Lavoro Nunzia Catalfo) e che a Unasf, più che premiante, sembrò una patente – in un certo senso – punitiva delle piccole realtà (leggi qui).

Una questione, dunque, da analizzare e costruire nel migliore dei modi per raggiungere sì una maggiore sicurezza in azienda, ma aiutando le aziende in tal senso, incentivandole. Sul capitolo formazione e prevenzione c’è invece la necessità di un confronto, prossimamente, tra i vari livelli amministrativi nella Conferenza Stato Regioni.


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Inail, dal 1° ottobre accesso ai servizi digitali solo con Spid, Cie o Cns

Tempo scaduto, cambia l’accesso ai servizi digitali

Ancora pochi giorni e i servizi digitali Inail saranno accessibili solo con Spid, Cie, e Cns. Si tratta dell’ultima tappa del percorso, iniziato a dicembre 2020, verso la piena digitalizzazione per tutti gli utenti dell’Istituto. La data da evidenziare in rosso sul calendario è il 1° ottobre.

Entro venerdì, infatti, gli utenti dovranno procurarsi uno di questi tre strumenti di identità digitale, se ancora sprovvisti. Solo i minori di 18 anni, i soggetti con tutori, curatori o amministratori di sostegno, nonché gli extracomunitari senza documenti di identità, potranno continuare a utilizzare le credenziali dispositive dell’Istituto.

Spid, Cie e Cns uniche modalità di accesso digitale alle Pa

Il percorso dell’ente verso la transizione digitale è iniziato il 1° dicembre 2020. Dal 28 febbraio 2021, non sono più state rilasciate nuove credenziali Inail e tutti i soggetti che hanno richiesto l’abilitazione ai servizi on line dell’Istituto hanno dovuto utilizzare come modalità esclusiva di accesso Spid (Sistema pubblico di identità digitale), Cie (Carta d’identità elettronica), Cns (Carta nazionale dei servizi).

Informazioni ed assistenza

Per chiarimenti ed ulteriori informazioni è possibile contattare il Contact Center Inail telefonando al numero 06.6001 (sia da rete fissa che da mobile). Per ricevere assistenza in merito alle nuove modalità di accesso ai servizi telematici dell’Inail tramite credenziali dispositive (Spid, Cns e Cie) è altresì disponibile il servizio “Inail Risponde”.

Basta visitare il sito istituzionale www.inail.it alla voce “Supporto” disponibile nella barra blu in alto alla home page, ovvero nella sezione “Recapiti e contatti” nella sezione blu in calce alla home page).


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lavoratori stagionali

Lavoratori stagionali: ecco la campagna europea per ribadirne i diritti

È stata promossa una campagna europea per informare i lavoratori stagionali sui loro diritti perché possano svolgere la loro attività in tutta sicurezza.

Si chiama “Rights for all seasons” ed è la campagna europea per informare i lavoratori stagionali sui loro diritti. Secondo le stime dell’Autorità europea del lavoro (ELA) ogni anno fino a 850.000 cittadini dell’Unione europea svolgono lavori stagionali in un altro paese della UE.

Il problema è che malgrado i diritti alla sicurezza e salubrità sul luogo di lavoro, spesso, anche in relazione alla natura temporanea del lavoro, questi lavoratori stagionali sono esposti a condizioni di vita e di lavoro precarie.

Condizioni di vita e lavoro che sono peggiorate anche dalla pandemia correlata al virus SARS-CoV-2 e all’emergenza COVID-19 esponendoli a maggiori rischi per la salute.

Iniziative e motivazioni

La campagna europea «Diritti per tutte le stagioni», che si sta svolgendo da giugno 2021 e che si concluderà a ottobre 2021, è correlata ad una serie di iniziative (ad esempio una “ week of action” dal 20 al 24 settembre) e alla pubblicazione di alcuni documenti divulgativi, ad esempio di un opuscolo informativo e un’infografica per informare i lavoratori stagionali sui loro diritti a condizioni di lavoro sane e sicure.    

Con questa campagna l’Autorità europea del lavoro (ELA) – un’agenzia dell’Unione europea che ha sede a Bratislava e ha tra i suoi obiettivi la facilitazione dell’accesso alle informazioni su diritti e obblighi concernenti la mobilità dei lavoratori e il rafforzamento del coordinamento nella UE per l’applicazione della normativa sul lavoro – vuole promuovere condizioni di lavoro eque e sicure per i lavoratori stagionali dell’Unione.

Quali sono gli obiettivi della campagna?

Riguardo agli obiettivi della campagna il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, che promuove i contenuti e gli eventi di “Rights for all seasons”, ha pubblicato un “Programma di comunicazione” riporta i messaggi della campagna per i diversi target:“

  • i lavoratori stagionali hanno diritto a condizioni di lavoro eque, con stessi diritti sociali e del lavoro dei cittadini locali; possono chiedere assistenza e consulenza rivolgendosi ai servizi competenti; hanno diritto di lavorare in condizioni sicure ed eque anche in relazione alle misure previste durante l’emergenza determinata dal COVID-19;
  • i datori di lavoro che assumono lavoratori stagionali beneficiano di condizioni di equità, possono avere supporto dalle Istituzioni, hanno una responsabilità nei confronti dei lavoratori stagionali che assumono, devono rispettare le condizioni di sicurezza per il COVID-19;
  • i responsabili politici e operatori del settore nelle Amministrazioni nazionali hanno la responsabilità condivisa di sostenere sia i lavoratori che i datori di lavoro, e assicurarsi che ricevano le informazioni corrette”.

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Operatori sanitari: senza documento stop immediato all’operatività

Per tutti gli operatori sanitari vige l’obbligo di vaccinarsi contro il virus Sars-CoV-2 e, di conseguenza, possedere il green pass per questa categoria diventa un automatismo.

Il vaccino obbligatorio è previsto dal Dl 44 approvato ad aprile: la norma riguarda gli esercenti le professioni sanitarie e gli operatori di interesse sanitario operativi nelle strutture sanitarie, sociosanitarie e socioassistenziali, pubbliche e private, nelle farmacie e parafarmacie e negli studi professionali. “Dal momento che tutti gli operatori sanitari sono obbligati per legge a vaccinarsi, l’esibizione del certificato verde risulta ridondante”, afferma il presidente della Federazione delle aziende sanitarie e ospedaliere (Fiaso), Giovanni Migliore. “Altro discorso va fatto – precisa – per i criteri generali di accesso al “pianeta ospedale”: dopo il decreto varato dal Governo il 16 settembre, il dovere di mostrare il green pass nelle nostre strutture si amplia a tutti i dipendenti pubblici o a quanti lavorano, fanno formazione e sono volontari presso le amministrazioni pubbliche, così come a tutti i lavoratori del privato”.

Per gli incerti o “no-vax” resta la “zona grigia”

Si tratta dello 0,5-0,6% dei circa 330mila infermieri assunti nelle strutture pubbliche e private mentre, tra i 460mila medici, si stima uno 0,1-0,2% di assolutamente contrario. “Oggi sono 748 – spiega il presidente della Federazione dei medici e dei dentisti (FnomCeo), Filippo Anelli – i dottori con provvedimento di sospensione definitivo da parte della Asl per inadempienza all’obbligo e va detto che tra gli ancora reticenti almeno un 30%, una volta contattato, decide di vaccinarsi. Stimiamo che in definitiva circa 1.500 i medici non si vaccineranno e quindi non potranno più esercitare. Dopo l’entrata in vigore del decreto green pass non potranno nemmeno essere demansionati”.

Per tutti i reticenti all’obbligo, e quindi privi di certificato verde, il divieto di esercitare vige almeno fino al 31 dicembre di quest’anno, scadenza dello stato di emergenza.

È prevista anche la mancata sanzione disciplinare

Oltre al provvedimento di sospensione dell’esercizio della professione per mancata vaccinazione, c’è poi il canale parallelo della sanzione disciplinare comminata dall’Ordine. Ma qui al momento il mancato rinnovo della Commissione centrale per gli esercenti le professioni sanitarie presso il ministero della Salute “scaduta” nel 2020 – alla quale i sanitari possono ricorrere bloccando così i procedimenti a loro carico – impedisce di fatto l’applicazione del Codice deontologico.

Dal più lieve “avvertimento” fino alla radiazione – anche di un “no-vax” – sono 500 i ricorsi di medici oggi in stand-by. Starà al Governo rinnovare la Commissione quanto prima ed eventualmente, come ventilato, fare un passo in più sul fronte del contrasto ai sanitari che contestano il vaccino, magari con una norma da inserire in sede di conversione in legge dell’ultimo Dl green pass, che veda l’iscrizione all’Albo agganciata al possesso della certificazione verde. 


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Green Pass colf badanti

Green Pass: obbligo anche per lavoro domestico e assistenti familiari

Con l’estensione dell’obbligo di green pass a tutto il settore pubblico e privato arriva una svolta anche per i due milioni di famiglie che utilizzano il lavoro domestico o di assistenti familiari.

Al pari di ogni altra categoria di lavoratori, infatti, anche colf, badanti, babysitter e tutte le altre figure affini saranno assoggettate alla regola che rende obbligatorio, dal 15 ottobre, il possesso del certificato verde per accedere al luogo di lavoro. È una svolta importante visto che potrà offrire tutele e certezze alle famiglie che ogni giorno ospitano nelle proprie case persone di cui, fino a oggi, non hanno potuto controllare l’avvenuta vaccinazione o la negatività al virus.

Una situazione ad alto rischio, se si pensa che badanti e babysitter spesso lavorano a contatto con persone fragili, in alcuni casi – ad esempio i bambini – nemmeno vaccinate. Con le nuove regole le famiglie potranno, quindi, prevenire le situazioni di maggiore pericolo anche se il meccanismo pensato per un posto di lavoro “ordinario” dovrà essere adattato al contesto domestico.

L’impianto previsto dal Governo si basa, infatti, su alcuni adempimenti che dovranno necessariamente essere rimodulati per colf e badanti: il luogo di lavoro è del tutto particolare e gli obblighi previsti dal nuovo decreto dovranno essere applicati in maniera flessibile per questi particolari datori di lavoro. 

Qual è la documentazione da presentare?

Basti pensare all’obbligo previsto dal nuovo decreto legge per ciascun datore di predisporre un piano di controlli e nominare le persone adibite a svolgere quotidianamente la verifica del possesso del green pass: in un contesto semplice come quello domestico, appare difficile predisporre una documentazione così complessa.

Sarà quindi opportuno che il Governo fornisca indicazioni, anche per via amministrativa, per gestire in maniera semplificata questi adempimenti. Sarà importante definire anche le modalità di svolgimento dei controlli: l’uso della app Verifica C19 attualmente impiegata dai locali e dai datori di lavoro già soggetti all’obbligo di green pass sembra garantire un sufficiente livello di semplicità.

La app, descritta e regolata dal Dpcm del 17 giugno 2021, può essere scaricata dalle famiglie anche sul telefono cellulare, e consente la verifica del QR code di ciascun green pass.

Ecco le sanzioni per chi non rispetterà le regole

Le famiglie dovranno prendere sul serio l’obbligo di controllo, ricordando che la legge predispone un meccanismo sanzionatorio abbastanza pesante, sia per chi accede sul lavoro senza certificato verde, sia per i datori di lavoro che non faranno i controlli. Il nuovo decreto prevede, infatti, a carico dei datori – anche quelli che usano il lavoro domestico – una sanzione di importo variabile, da 400 a 1.000 euro, per il mancato svolgimento dei controlli. La sanzione per chi accede al posto di lavoro senza il green pass va invece da 600 a 1.500 euro.

Per non parlare dei possibili profili di responsabilità che potrebbero emergere in caso di contagio di terze persone da parte di lavoratrici o lavoratori domestici privi di green pass. Ricordiamo, ad esempio, che l’obbligo del certificato verde è già previsto dal 10 settembre per le babysitter che vanno a prendere i bambini a scuola, così come per i genitori (Dl 122/2021).


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