I cancerogeni rappresentano un rischio professionale che deve essere valutato anche nel settore sanitario e sociosanitario, dove l’attenzione è spesso concentrata soprattutto sui rischi biologici, ergonomici e psicosociali. In Italia, il Titolo IX, capo II, del Dlgs 81/2008 disciplina la protezione dei lavoratori dall’esposizione ad agenti cancerogeni, mutageni o a sostanze tossiche per la riproduzione. In particolare, l’articolo 235 stabilisce che il datore di lavoro deve evitare o ridurre l’utilizzo dell’agente pericoloso, privilegiandone, quando tecnicamente possibile, la sostituzione.
Se ciò non è possibile, deve ricorrere a sistemi chiusi o ridurre l’esposizione al più basso valore tecnicamente possibile. L’articolo 236 disciplina invece la valutazione del rischio, che deve considerare caratteristiche, durata e frequenza delle lavorazioni, quantità degli agenti utilizzati e possibili vie di assorbimento. Gli articoli successivi prevedono specifiche misure tecniche, organizzative e procedurali, oltre alla sorveglianza sanitaria per i lavoratori esposti. Per le radiazioni ionizzanti, presenti tra i fattori rilevati nel settore sanitario, trova applicazione anche la specifica disciplina prevista dal Dlgs 101/2020 in materia di radioprotezione.
Cancerogeni nel settore sociosanitario: i fattori più diffusi
I cancerogeni possono essere presenti anche in attività e mansioni nelle quali il rischio non appare immediatamente evidente. Un’indagine europea condotta su oltre 24.000 lavoratori di Francia, Finlandia, Germania, Irlanda, Spagna e Ungheria ha analizzato la probabile esposizione a 24 fattori di rischio cancerogeno. Nel settore sanitario e sociosanitario, il 29,5% dei lavoratori esaminati è risultato probabilmente esposto ad almeno un fattore di rischio nell’arco dell’ultima settimana lavorativa, mentre il 7,8% è risultato esposto a due o più fattori. I dati riguardano i Paesi coinvolti nell’indagine e non rappresentano quindi una stima specifica della situazione italiana, ma permettono di individuare alcune esposizioni da considerare con particolare attenzione.
Tra quelle più frequenti figurano le radiazioni ionizzanti, con il 7,4%, le emissioni dei motori diesel, con il 6,2%, le radiazioni ultraviolette solari, con il 6,1%, la formaldeide, con il 5,2%, e il benzene, con il 4,8%. Le circostanze possono essere molto diverse: dall’utilizzo o dalla vicinanza ad apparecchiature radiologiche alla presenza di prodotti contenenti sostanze pericolose, fino agli spostamenti con veicoli diesel o alle attività svolte all’aperto. Il dato evidenzia quindi l’importanza di valutare il rischio sulla base delle attività effettivamente svolte e non soltanto della qualifica professionale del lavoratore.
La valutazione dei rischi deve considerare tutte le esposizioni
Le strutture sanitarie e sociosanitarie devono verificare in modo puntuale le possibili fonti di esposizione presenti nelle diverse attività, considerando anche quelle meno evidenti o occasionali. La valutazione deve partire dall’individuazione degli agenti utilizzati o generati durante il lavoro e dalle condizioni nelle quali il personale può entrarvi in contatto. Quando è presente un agente cancerogeno, il principio prioritario resta la sostituzione con una sostanza o un procedimento meno pericoloso, quando tecnicamente possibile.
Negli altri casi devono essere adottate misure capaci di ridurre l’esposizione, intervenendo sull’organizzazione del lavoro, sulle procedure, sui sistemi di contenimento e aspirazione, sull’igiene e sui dispositivi di protezione necessari. Un ruolo essenziale è svolto anche dalla formazione, affinché i lavoratori conoscano le sostanze con cui possono entrare in contatto, le modalità corrette di utilizzo e le misure previste per limitarne l’esposizione. Nei casi stabiliti dalla normativa deve inoltre essere assicurata la sorveglianza sanitaria.
I risultati dell’indagine europea richiamano quindi l’attenzione sulla necessità di non considerare il rischio cancerogeno come esclusivo dei settori industriali. Anche nell’assistenza sanitaria e sociale una corretta individuazione delle esposizioni consente di programmare misure di prevenzione più mirate e di rafforzare la tutela della salute dei lavoratori.


